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Multinazionali e banane

La produzione della banana, frutto tropicale, tra i più diffusi e conosciuti ammonta a più di 400 milioni di tonnellate (dati 1996). Chiquita, Dole e del Monte sono le tre più grosse multinazionali della banana e da sole controllano il 75% delle banane commercializzate nel mondo. Proprietari di vaste piantagioni in tutto il Centroamerica, annoverano tra i loro possedimenti anche centrali elettriche, ferrovie e flotte navali. Sono naturalmente potentissime presso il governo americano e le principali istituzioni economiche internazionali.

Si calcola anche (dati 1998) che cinque aziende controllano almeno l’86% delle vendite nell’importante mercato europeo delle banane. Le stesse cinque imprese controllano oltre il 90% dell’intero mercato, che soltanto negli Stati Stati Uniti vale più di 10 miliardi di dollari. I bilanci di Chiquita hanno però registrato perdite nella corso degli anni ’90, mentre Del Monte e Fyffes in particolare sono andate piuttosto bene sul mercato europeo in rapido cambiamento. Qui Chiquita ha perso da almeno cinque anni il primato a beneficio di Dole.

Le multinazionali della banana coprono l’intera catena: dalla produzione e il trasporto alle attrezzature per la maturazione e la distribuzione. La loro posizione si basa sulle loro dimensioni e sul controllo di infrastrutture, navi e governi, ma anche sullo sfruttamento del lavoro e delle risorse ambientali.

Tra Europa e Stati Uniti è da anni in corso la guerra delle banane. Lo scontro è iniziato tempo fa con l’annuncio di Washington di imporre una tariffa supplementare del 100% su tutta una gamma di prodotti europei. All’Europa la decisione costava circa 500 milioni di dollari. Secondo gli Stati Uniti, questa cifra è equivalente alla perdita patita dagli esportatori di banane statunitensi, dovuta alla politica europea di importazione delle banane che favorisce le ex colonie.

L’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), al termine di una lunga diatriba fatta di denunce e ricorsi, ha sostanzialmente accolto la posizione americana, intimando all’Unione Europea di eliminare le tariffe esistenti sulle banane di produzione statunitense, introdotte per favorire le più modeste realtà contadine dei paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) secondo quanto previsto dagli accordi di Lomè.

La lista di violazioni che vengono quotidianamente perpetrate ai danni dei lavoratori e dell’ambiente da parte delle multinazionali della banana, è tanto lunga quanto poco conosciuta, pressoché ignorata dai mass media.

CONDIZIONI DI LAVORO BESTIALI

La forza economica nel commercio della banana è nelle mani di alcuni grandi mercati che storicamente non hanno dovuto mai preoccuparsi degli effetti socio-economici e ambientali sulla popolazione e sui Paesi dove sono prodotte le banane. Gli operai delle piantagioni medie e grandi e i piccoli coltivatori che riforniscono il mercato mondiale sono esclusi dai benefici di questo lucroso mercato. L’aumento della concorrenza ha spinto i produttori a cercare di conservare alti margini di redditività; ma al prezzo di pesanti ripercussioni sul lavoro e sull’ambiente.

La dura vita del bananero

Sono le tre del mattino, quando Josè si alza per prendere l’ autobus ed arrivare prima delle cinque alla piantagione. Ormai, dopo tanti anni, sembra aver accettato la propria sorte, anche se la nausea provocata dall’antiparassitario lo riporta bruscamente alla realtà.
Una realtà drammatica per Josè, che rimase sterile proprio a causa di una di queste sostanze, che i padroni della piantagione hanno l’abitudine di spargere con l’aereo mentre i braccianti sono ancora nel campo. Lo aspetterà una giornata lavorativa di tredici ore, sotto il solito caldo umido (fino a 38°) tipico delle zone tropicali, per sei giorni su sette, a volte anche la domenica. Questo ritmo è necessario per avere un salario “decente”, mentre la maggioranza dei lavoratori copre con fatica i bisogni essenziali della propria famiglia.

Se si ammala non verrà assistito e non gli spettano nemmeno i diritti di base che la legge riconosce a tutti i lavoratori, poiché Josè lavora lì da circa un mese e tali diritti spettano solo a chi resta più di tre mesi, periodo necessario per avere un contratto a tempo indeterminato.

Come lui, infatti, molti sono stati licenziati prima della scadenza del periodo di prova in tutte le altre piantagioni dove hanno lavorato, perché così vuole una prassi, ormai generalizzata, di riduzione dei costi e limitazione del potere sindacale. Ogni bracciante sa bene che non può parlare di diritti o di sindacato, perché rischierebbe il licenziamento e verrebbe inserito nelle famose “liste nere”, a disposizione delle varie aziende del settore, che le consultano per evitare di assumere attivisti sindacali.

“Se i lavoratori non recuperano la libertà sindacale non rialzeranno più la testa. Qui non si rispetta la legge” – dice Josè . “Dobbiamo cominciare ad organizzarci. Solo così cominceremo a rivedere la luce del sole”.

Dunque un’orario di lavoro di 12 ore al dì per 6 giorni/settimana e un bassissimo compenso (secondo alcune fonti esso non va oltre le 400.000 lire al mese mentre le multinazionali guadagnerebbero attorno ai 40 milioni annui per il lavoro di ogni bracciante. Per avere un’idea: su lire 1.500 che paghiamo al nostro commerciante, solo lire 60 sarebbero il costo del lavoratore). A 45 anni l’uomo è finito. Certamente non lo attende un futuro da “sereno pensionato” e neppure tanti altri anni di vita (in Honduras, secondo World Development Report 1999/2000, l’età media dell’uomo è di 61 anni in Guatemala, 72 a Panama e 74 in Costa Rica).

E i bambini? Anche loro lavorano nelle piantagioni, sotto un sole tropicale e un’umidità che a volte raggiunge l’80%. Soffrono quindi di malattie respiratorie, intestinali, della pelle, e talvolta, anche a causa della malnutrizione, ne deriva un ritardo mentale. Ovvio che di scolarizzazione non se ne parla.

Le flessibilità che vogliono le multinazionali

La sofferenza delle popolazioni indigene e dei contadini è grande. Le terre indigene vengono facilmente invase dalle piantagioni, spesso con la complicità dei governi, incuranti di eventuali diritti acquisiti sui territori, che rappresentano oggi l’unica debole garanzia a tutela della sopravvivenza di questi popoli e delle loro antichissime tradizioni. La stessa sorte è riservata ai piccoli contadini, che subiscono enormi pressioni, con strumenti non sempre legali, per vendere le loro terre migliori alle ditte bananiere. Violazione dei più elementari diritti dei lavoratori.
La storia di Josè fornisce un quadro già abbastanza eloquente, benché parziale. Salari bassi, ritmi e condizioni di lavoro insostenibili, mancanza di garanzie sanitarie e previdenziali, violenze ed angherie che tendono ad annientare progressivamente la personalità, lavoro infantile, repressione sindacale (nel 1994 il sindacato del Costa Rica ha denunciato la presenza di squadre armate all’interno di piantagioni di proprietà Chiquita e Del Monte), condizioni peggiori per donne e immigrati, avvelenamento dei lavoratori con i pesticidi, che vengono sparsi con l’ aereo in presenza dei braccianti o utilizzati dagli stessi senza le adeguate protezioni (circa 11.000 persone in tutto il Centroamerica sono rimaste sterili a causa di queste sostanze): tutto ciò caratterizza abitualmente la vita nelle piantagioni. Una delle cause dello sfruttamento è riconducibile all’uso del subappalto, attraverso il quale l’impresa bananiera affida alcune parti della produzione ad altre ditte, pagate dalla multinazionale sulla base di tariffe molto basse, che si ripercuotono poi sui lavoratori in termini si salari ridotti e trattamenti peggiori.

Altri esempi:

CHIQUITA

Nel settembre 1998 alcune organizzazioni sindacali, in accordo con associazioni attive in Europa e U.S.A. lanciarono una campagna internazionale finalizzata al miglioramento delle condizioni di lavoro dei 20.000 braccianti impiegati nelle piantagioni di proprietà Chiquita, nonché di quelli assunti in aziende controllate. L’iniziativa è partita dal sindacato, in seguito alle denunce comparse sulla rivista “Cincinnati Enquirer” (i cui giornalisti, autori del reportage, sono stati poi licenziati) e a quanto emerso dalla conferenza internazionale sul settore bananiero, tenutasi a Bruxelles nel mese di maggio del 1999.

Nell’ottobre ’99 Chiquita accettò, per la prima volta, di incontrarsi con il Coordinamento latinoamericano dei lavoratori bananieri (COLSIBA). Sfortunatamente, due settimane prima dell’incontro l’uragano Mitch colpì la regione provocando ingenti danni anche alle piantagioni. L’incontro, tuttavia, si tenne ugualmente il 12 novembre in Guatemala. Chiquita fece alcune vaghe promesse sugli aiuti d’emergenza e sui tempi di riapertura delle piantagioni, ma senza entrare nei dettagli.

Sono attualmente diverse migliaia (4.000 in Honduras) i lavoratori disoccupati e senza una prospettiva, costretti a vivere dei pochi risparmi accantonati. In Honduras Chiquita concede loro dei prestiti, che verranno tuttavia decurtati dai loro salari se e quando il lavoro comincerà. Sta inoltre utilizzando lavoratori non sindacalizzati per ripulire le piantagioni, contrariamente a quanto promesso.

Ma il fatto più rilevante è che l’azienda sta portando avanti un’evidente strategia di riduzione dei diritti acquisiti dai lavoratori in precedenti accordi, il cui rinnovo è stato posticipato, nonché l’introduzione di modifiche nell’organizzazione del lavoro che consentano di riaprire le piantagioni con meno personale. A ciò si aggiunge il fatto che la politica antisindacale dell’azienda continua indisturbata: è del maggio ’99 il licenziamento di 16 attivisti sindacali in Costa Rica.

DOLE

Anche Dole Filippine che sta diventando sempre più aggressiva, anche nei confronti delle cooperative che producono banane per lei. Da tempo, oramai, alcune cooperative, formatesi a seguito della riforma agraria, tentano di smettere di produrre le banane per Dole perché considerano troppo basso il prezzo che la multinazionale è disposta a pagare. Poiché c’erano stati diversi tentativi di aggressione nei confronti delle cooperative che hanno organizzato la resistenza, in alcune piantagioni sono state costruite delle barricate. Ma la violenza è nel Dna delle compagnie babaniere: addirittura nel dicembre ’97 le guardie armate di Dole, briganti, poliziotti e soldati dell’esercito hanno preso d’assalto la cooperativa DARBMUPCO. Alcuni contadini sono stati feriti, le loro capanne distrutte e la loro roba incendiata. Per giunta i responsabili della cooperativa sono stati accusati di incendio doloso mentre l’hanno subìto. Dole mantiene tutt’oggi una linea dura. Il prezzo che offre continua ad essere al di sotto del costo di produzione e non vuole che le cooperative siano rappresentate nelle trattative da esperti che possono provare la fondatezza delle loro richieste. Il sindacato filippino NFL e le altre associazioni a difesa della riforma agraria continuano a chiedere la solidarietà internazionale.

FYFFES

La multinazionale irlandese Fyffes controlla gran parte dell’industria bananiera del Belize esportando più di 40 milioni di tonnellate di banane l’anno.

In Belize la Fyffes si è scontrata duramente con il sindacato United Banners Banana Workers Union (UBBWU), sindacato indipendente fondato nel maggio del 1995. Il sindacato non ha fondi e sopravvive grazie ai contributi occasionali delle organizzazioni non governative internazionali.

Per contrastare la sua diffusione Fyffer sostiene “Solidarismo” che a differenza del nome portato è un sindacato giallo filopadronale. La multinazionale contrasta anche le elezioni dirette degli organismi sindacali da parte dei lavoratori.

Ha anche fatto presentare, da suoi dirigenti, denunce contro presunte violenze ed intimidazioni, tanto false da far schierare contro di lei anche la chiesa locale.

I DANNI ALL’AMBIENTE

Se per noi la banana è un “dessert”, con il riso, il mais e il grano è l’alimento più importante del mondo. Ci sono intere popolazioni che si nutrono quasi esclusivamente di banane e la storia della sua coltivazione e sfruttamento è anche la storia, come nel caso dell’Honduras, del paese stesso e delle sue sofferenze. Nella produzione e nell’esportazione di questo bene solo una minima parte dei ricavi va al piccolo produttore, per non parlare del lavoratore che è soggetto a contratti stagionali, talvolta tramite mediatori. Il fenomeno del lavoro stagionale provoca una migrazione costante, da piantagione in piantagione, con il conseguente danno alla struttura familiare e la creazione di una povertà senza via d’uscita.

Le fasce di coltivazione sono ampie e riguardano in particolare i territori dell’America Centrale (Guatemala, Honduras, Panama, Costa Rica). Quella del banano, è una coltivazione invadente, per cui l’area di sfruttamento si allarga costantemente, con grave danno per la foresta e per le coltivazioni di sussistenza (mais, arachidi, patate dolci). Si tratta di una pianta molto delicata e soggetta a diverse malattie per cui va costantemente irrorata con antiparassitari generalmente spruzzati dagli elicotteri, che “piovono” non solo sui vegetali ma anche sui lavoratori della piantagione, con gravi conseguenze per la loro salute. E non basta: gli antiparassitari, altamente tossici, necessari per produrre un frutto bello, liscio, senza macchia come la pubblicità “impone” al consumatore europeo o USA (il 54% della sua esportazione va agli USA e il 34% in Europa), finiscono nella terra e nei fiumi, uccidono la vita in prossimità delle foci e confluiscono poi nel mare. Si è calcolato che il 35% dei costi del frutto riguarda gli antiparassitari. Tra i lavoratori si riscontrano intossicazioni, malattie polmonari, ustioni, sterilità. Le donne poi, che passano ore intere con le mani immerse nell’acqua in cui vengono lavati i frutti per togliere gli antiparassitari, soffrono di malattie alla pelle. Nel caso in cui sono incinte, le sostanze tossiche arrivano anche al feto, con tutte le conseguenze immaginabili.

C’è bisogno di aggiungere altro?

Va segnalato inoltre che vermifughi, funghicidi ed erbicidi, molti dei quali prodotti da altre grosse multinazionali, come Dow e Novartis, e vietati nei paesi industrializzati, vengono tranquillamente usati nei paesi poveri, grazie a leggi più permissive. Queste sostanze, trasportate dal vento, si depositano ovunque su vegetazione, villaggi e fiumi, seminando morte al loro passaggio. Ne sanno qualcosa gli stessi pescatori del Centroamerica, che incontrano difficoltà sempre maggiori a guadagnarsi da vivere con la pesca. Alcune sostanze, poi, impoveriscono il terreno e spingono l’azienda, dopo alcuni anni, a vendere l’appezzamento spostando la piantagione su terre più ricche. Il campo abbandonato, tuttavia, difficilmente può essere nuovamente coltivato a causa della contaminazione del suolo.

Le Compagnie Multinazionali
Vediamo più da vicino le multinazionali, o transnazionali che dir si voglia, delle banane:

Chiquita Brands International

La multinazionale americana, di Cincinnati nell’Ohio, guidata da Carl Lindner ha avuto un giro di affari di 2,434 milioni di dollari (dati 1997). È conosciuta (soprattutto in America Centrale e in Colombia, già dal secolo scorso, come United Fruit Company, la compagnia che decideva i governi degli stati centroamericani dove aveva i propri interessi: le famose “repubbliche delle banane”.

Ha circa 35.000 dipendenti dei quali circa 30.000 nell’America Centrale e del Sud.

La compagnia commercializza sia frutta che ortaggi, ma le banane rappresentano il 64% delle sue vendite. Chiquita è controllata dalla finanziaria American Financial Corporation (AFG-USA). Questa è la holding dell’impero di Lindner, basato sulle assicurazioni.

Come abbiamo già detto le vendite di Chiquita Brands diminuiscono, a causa della concorrenza, dal 1991. Solo nel 1995 crescono leggermente creando profitti, ma nel 1996 a causa di una perdita di 70 milioni di $, per delle fattorie danneggiate in America Latina, ritorna in perdita. La guerra delle banane tra l’imperialismo Usa e quello Europeo, relativo alla quota delle banane dollarizzate (di provenienza centroamericana) di importazione in Europa contro il mantenimento della quota proveniente dalle ex colonie africane francesi e dai Caraibi, ha provocato a Chiquita, una perdita di quote di mercato. Ad esempio in Germania è passata dal 40% del 1993 a circa il 15% attuale.

Naturalmente Chiquita ha effettuato sia acquisti che dismissioni negli ultimi anni, da segnalare l’acquisto dell’83% di Blueberries Farms in Australia (1997), della American Fine Food, della Stokely e della Owatanna tutte compagnie Usa di vegetali in scatola (1998) e una joint venture con la compagnia tedesca Direct Fruit (1998). Nel 1995 ha venduta la sua partecipazione nell’azienda spagnola Pascual Hermanos, successivamente acquistata da Dole. Fyffes, la multinazionale irlandese sua concorrente, fu venduta da Chiquita nel 1986, non considerandola strategica.

Dole Food Company

Anche Dole, la compagnia californiana guidata da Murdock è “storica” . Altri non è che la Standard Fruit concorrente della United Fruit in America Centrale. Commercializza frutta fresca, vegetali freschi e inscatolati nonché succhi. Dole ha circa 47.000 dipendenti nel mondo.

Dole fu fondata nel 1851 alle Hawai, mentre Standard Fruit Company di proprietà della famiglia D’Antoni fu acquistata da Dole alla meta degli anni sessanta. Nel bilancio 1997 risultano vendite per 4,336 milioni di dollari con un utile di 160 milioni. A conferma dell’espansione e dello scambio tra le maggiori compagnie delle banane la Dole nel 1995 ha acquisito le attività Neozelandesi di Chiquita e la maggioranza dell’azienda spagnola Pascual Hermanos. Negli anni successivi ha acquisito la più grossa azienda tedesca che commercializza banane: Paul Kempowski, e realizzato joint venture con il norvegese Bama Group. In Africa realizzato joint venture con la sudafricana Langebert Food ed acquistato, nel 1997, Scb piantagioni. in Costa D’avorio.

Rispetto a Chiquita ha incrementato le sue vendite, incrementando le sue quote di mercato in Nord America e in Europa. In Italia possiede un moderno terminale per la frutta a Livorno.

Fresh Del Monte Produce

Altra compagnia americana, con base in Florida, e guidata da Mohammad Abu-Ghazaleh originario degli Emirati Arabi Uniti, la Fresh Del Monte (da non confondere con la Del Monte Kenya controllata dalla Cirio di Cragnotti) commercializza frutta fresca ed in special modo banane 61% ed ananas 36% del fatturato. ha 14,600 dipendenti nel mondo. Dal 1995 in avanti ha avuto molte vicissitudini azionarie, divisa in tre settori merceologici: la frutta inscatolata fu venduta ad Investment Funds, l’international fu venduta alla sudafricana Royal Food e il settore frutta fresca fu venduto a Polly Peck.
Da quest’ultima nasce Del Monte Fresh Produce venduta al gruppo messicano Geam di Cabal e successivamente al gruppo IAT della famiglia Abu-Ghazaleh. Questo gruppo possiede anche in Cile, uno dei maggiori esportatori di frutta fresca Utc. Le sue acquisizioni e joint venture sono avvenute in Brasile, Messico, Cile e in Indonesia. Il suo fatturato è cresciuto nel 1999 a 4,200 milioni di dollari.

Fyffes

Fyffes è la principale compagnia bananiera europea. Fondata nel 1882 da Edward Wathen Fyffe e successivamente si è sviluppata per più di cento anni passando nelle mani di diverse famiglie e società. Chiquita Brands la vende, come abbiamo già detto, a Neil McCann che divenne l’agente principale di Fyffes a Dublino. Successivamente si aggiunse David Herrero un manager di Chicago. Nel 1995 avviene l’acquisto di Geest Bananas successivamente venduta alla ecuadoreña Noboa e la joint venture con Wibdeco.

Fyffes ha piantagioni in America Centrale, soprattutto in Belize ed anche in Guatemala. Negli anni novanta vi furono scontri per i mercati con Dole e Chiquita, soprattutto in Honduras.

Ultimamente, con l’acquisizione della cilena Nafsa è entrata nel settore della vendita di ortaggi ed altra frutta fresca.

Naturalmente le storie delle multinazionali delle banane, che qui abbiamo cercato di sintetizzare nelle linee essenziali sono più articolate, ma già da queste brevi note si intravedono gli intrecci economici e finanziari delle multinazionali, divise nella conquista dei mercati ed unite soprattutto nel barbaro trattamento degli operai agricoli delle piantagioni, e nel combattere con tutti i mezzi, nessuno escluso la nascita e la crescita di organizzazioni sindacali.

I Sindacati

Per conquistare e difendere i diritti, i lavoratori del settore bananiero, devono essere organizzati, per poter far riuscire le loro azioni di lotta. Per questo assume una importanza particolare la presenza dei sindacati. In generale queste strutture rispettano l’organizzazione a vari livelli presente da noi, da quello internazionale sia generale che di categoria al livello statale, giù fino ai rappresentanti dei lavoratori delle varie multinazionali e delle singole piantagioni. Un importanza particolare assumono I coordinamenti dei sindacati dei lavoratori delle banane.
Vediamone qui di seguito alcuni esempi.

Lo IUF

Uno dei più importanti del settore è l’International Union of Food (IUF) una delle 14 organizzazioni segretariali internazionali. Fondato nel 1920, ha esteso la sua presenza, aggregando nei vari anni le federazioni internazionali del settore della produzione e del commercio alimentare. La sede del segretariato internazionale è attualmente in Svizzera a Ginevra. Con questa struttura e gli uffici presenti nelle varie regioni svolge una funzione di coordinamento e di assistenza ai sindacati membri durante le lotte con il padronato multinazionale. Svolge anche una azione di difesa dei diritti dei lavoratori facendo pressione sui governi ed organizzando campagne per i diritti democratici e sindacali.

Altri compiti sono il monitoraggio delle compagnie del settore, la promozione dell’eguaglianza, della salute dell’occupazione nel mondo del lavoro, organizzando meeting internazionali. Come strutture decisionale ha un comitato esecutivo di 50 membri provenienti da tutto il mondo, che si riunisce annualmente e delle strutture regionali. Non manca un segretario generale (Ron Oswald) ed un presidente.

Associati allo IUF in Centramerica e nell’America Latina esistono i seguenti sindacati nazionali:

– SINTRAINAGRO (Colombia) : organizzazione dei lavoratori delle banane colombiani riconosciuto dall’organizzazione padronale Aguara (Chiquita , Del Monte e altre organizzazioni locali) nel 1989 dopo uno sciopero durato ben 33 giorni da parte di 20.000 lavoratori. Per dare un segno del livello dello scontro basta dire che sempre dal 1989 più di 400 iscritti e 20 dirigenti sindacali sono stati assassinati. Recentemente il 13 dicembre 1999 è stato ucciso a colpi di mitra Cesar Herrera Torreglosa, all’interno dell’ufficio regionale dello IUF di Cienaga nella provincia di Magdalena. dopo la morte del dirigente del Sintrainagro i lavoratori sono entrati in sciopero per protesta.

– SITRABI -Sindicato de Trabajadores del Banano- (Guatemala) : il sindacato dei lavorato del settore della banana è il più vecchio in Guatemala e il più grande nel settore privato. Attualmente sta contrastando licenziamenti illegali di 900 lavoratori di tre piantagioni e tentativi di vera e propria distruzione del sindacato. Il 14 dicembre 1999 ha subito un attacco da parte di duecento uomini armati, che hanno cacciato i sindacalisti e lavoratori in agitazione con minacce di morte. Il fatto è successo nelle piantagioni di Bandegua (controllata di Fresh Del Monte Produce).

– COSIBA -Coordinadora de Sindacatos Bananeros – (Costa Rica) – Negli ultimi tre anni Cosiba ha denunciato più di 150 casi giudiziari e 60 casi amministrativi dove i diritti umani sono stati violati. Solo alla piantagione Isla Grande di Bananera (controllata di Chiquita) sono stati licenziati 90 lavoratori. Le condizioni della piantagione sono peggiori che nelle altre : minore salario, trattamenti antiparassitari fatti con i lavoratori al lavoro, rifiuto di costruire abitazioni nei pressi della piantagione.

Molti sindacati associati allo IUF, stanno anche aumentando l’aiuto ai piccoli produttori di banane e alle cooperative, che nascono dopo i licenziamenti delle grandi compagnie. Queste realtà spesso producono le banane in modo organico, senza lo spropositato uso dei pesticidi, ma per il momento non rappresentano un alternativa reale per il consumatore del nord, stante la sproporzione con le multinazionali, la difficoltà di trasporto e commercializzazione in un mercato in regime di monopolio. Rimanendo in America centrale, In Costa Rica il succitato Sitrap collabora con più di una di queste realtà come per esempio SPPAL (Sindicato Pequeños Productures Agricolas, SIUNPPG (Sindicato Unitario de Pequeños Productores de Pococì y Guacimo) nella provincia di Limon.

COSIBAH – Coordinadora de Sindicatos Bananeros De Honduras- di cui fa parte il SITRATERCO ha relazioni di supporto reciproco con tre organizzazioni contadine: UCT (union de Trabajadores Campesinos, CODINCA (Consejo para ed Desarrollo Integral de la Mujer Campesina) e CNTC (Central Nacional de Trabajadores del campo). In pratica oltre al settore dell’educazione anche azioni politiche come dimostrazioni e occupazioni delle terre.

ACT (Nicaragua) Questo sindacato contadino, affiliato allo IUF, rappresenta sia I lavoratori agricoli che i contadini poveri ed è molto attivo nella promozione di cooperative rurali. Con i lavoratori delle piantagioni che non avevano più il lavoro e i disoccupati ha organizzato numerose cooperative, nel paese.

Le campagne contro le multinazionali per i diritti dei lavoratori

Nel settore bananiero sono state fatte, e sono attualmente in corso, numerose campagne, come forma di pressione verso le multinazionale. Esse sono organizzate dai vari sindacati che invitano a mandare ai responsabili delle multinazionali, alle autorità politiche e giudiziarie, lettere e mail di protesta per gravi fatti specifici avvenuti. Ad esempio l’uccisione di un dirigente sindacale oppure per situazioni di non rispetto dei diritti dei lavoratori, rientra in questo caso la campagna “100 anni sono abbastanza” organizzata dallo IUF contro Chiquita Brands.

Oppure sono associazioni e organizzazioni non governative di vari paesi che organizzano le stesse identiche forme di protesta: Unimondo, CNMS, Mani Tese, ecc., come ad esempio la campagna di sostegno dei diritti dei lavoratori delle piantagione di banane “Il bastone e la banana”. Questa campagna fa parte di una iniziativa internazionale condotta contemporaneamente in Europa e negli Stati Uniti per forzare Chiquita a firmare un accordo sui diritti sindacali in Centroamerica. La campagna è stata organizzata su richiesta del COLSIBA (Coordinamento dei sindacati bananieri dell’America Latina) e consiste nell’inviare una cartolina con un testo personalizzato su questa vicenda.
Di questo genere le “Action alert” di Campaign for Labor Right o le iniziative di Banana Link e dell’inglese “Take action now”.

EUROBAN (European Banana Action Network) invece ha organizzato nel maggio 1998 in Belgio il più importante convegno internazionale sui problemi del settore bananiero, con la partecipazione dei sindacati delle industrie, dei ricercatori e dei media. Più dei discorsi sulla guerra della banane tra USA ed Europa nel WTO, e sulla produzione sostenibile delle banane, sono risultati interessanti I dibattiti sui diritti dei lavoratori delle piantagioni e l’accesso dei piccoli produttori al mercato internazionale.

Qualche riflessione

Un sano, ragionevole e soprattutto mirato boicottaggio delle aziende eticamente colpevoli di sfruttamento può portare ad incredibili vittorie. Vari casi ci confermano che le multinazionali non sono quei mostri imbattibili che immaginiamo.

Altri casi ci dimostrano che, se i consumatori dl Nord ed i lavoratori del Sud si alleano fra loro, possono ottenere risultati importanti; nel dicembre dell’anno scorso questa dimostrazione ce l’ha offerta Del Monte. Ora ce la offre Ciquita. Da mesi, COLSIBA, chiedeva un incontro con Ciquita per discutere le gravi condizioni di lavoro esistenti nelle piantagioni che lavorano per lei. Ma Ciquita ha ignorato ogni richiesta. La lista delle violazioni da parte di Ciquita (e delle sue controllate che a volte finge di non riconoscere) è molto lunga. come abbiamo visto.

Del resto, si sa, l’appalto è il metodo adottato apposta dalle multinazionali per declinare le loro responsabilità rispetto alle condizioni dei lavoratori. Dopo l’invio di varie lettere a cui Ciquita non ha mai risposto, COLSIBA ha chiesto la solidarietà dei gruppi statunitensi ed europei. Così in varie parti del mondo ci sono state varie iniziative di protesta contro Ciquita. Global Exchange, ICCR, e altri organismi americani hanno manifestato davanti al quartier generale di Ciquita a Cincinnati.

Ma il risultato maggiore è stato ottenuto in Danimarca dove la FDB, una sorta di Coop danese che è il più grande distributore di banane Ciquita, ha deciso di associarsi alle proteste e di chiedere a Ciquita conto della situazione. Non fidandosi delle risposte date fino ad ora dalla multinazionale, FDB ha anche deciso di inviare una sua Commissione in Centro America per raccogliere informazioni di prima mano. Se alcuni comunicati stampa e qualche lettera di protesta possono indurre un colosso come Ciquita a più miti consigli, cosa si potrà ottenere con delle serie campagne internazionali di boicottaggio?

E per favore quando ci apprestiamo a mangiare una banana, ricordiamoci sempre, di cosa c’è sotto il bollino!

Ulteriori informazioni: www.ecn.org/reds/reds1.html

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