Sogni da marciapiede

Quando si pensa al \”lavoro più vecchio del mondo\” si pensa soltanto alle donne. Eppure uno su quattro di quelli che si vendono sulla strada è un uomo. Molti gli extracomunitari. Quasi esclusivamente clandestini: disperati tra i disperati, praticamente senza il permesso di esistere. Eppure rappresentano una fetta di città, della nostra città. Il più delle volte si preferisce non vederla.
Non gli rimane molto altro per vivere. La prostituzione, da questo punto di vista, può anche essere la scelta più onesta. La rabbia però rimane e ne abbiamo incontrata tanta. E\’ uno dei tratti più umani e riconoscibili, un pò come l\’ulcera per i tipi nervosi. I luoghi e le situazioni sono simili in molte città. L\’atmosfera è sempre quella. In via Varsavia, a Milano, di fronte all\’Ortomercato ci sono rumeni e marocchini. Abitano poco lontano nelle baracche in via Sacile o alle spalle del mercato ortofrutticolo di fianco al campo nomadi. I vicini di casa non si possono scegliere. A metà dicembre 1994 sono arrivati i vigili urbani a sgombrare le casette in legno e plastica. Per qualche giorno non si sono più visti. Poi sono tornati. In piazza Trento e nelle vie adiacenti (via Palladio, via Trebbia) ci sono italiani ed extracomunitari. E ancora nei cinema a luci rosse come il Cielo in viale Premuda, l\’Astor in corso Buenos Aires o nei bagni delle stazioni ferroviarie (Centrale, Lambrate e Rogoredo).
I problemi arrivano quando compromettono \”l\’ordine pubblico\”. Come in piazza Trento dove il rumore delle macchine non finisce mai. Di giorno il traffico della circovallazione e di notte il via vai dei clienti illuminato dall\’insegna dell\’Europassistance (ironia della sorte). Duecento tra abitanti e commercianti nell\’ottobre del 1993 hanno firmato una petizione inviata al Questore (allora Achille Serra) e al sindaco Marco Formentini per porre rimedio alla situazione. Un anno dopo arrivano i risultati: pattuglie, controlli, fogli di via. Poi tutto daccapo.
Il mondo della prostituzione è una macchina che macina 3 mila miliardi l\’anno. Nel 1986 il primo rapporto sulla prostituzione in Italia contava 300 mila prostitute (fonte Iresm); nel 1994 si stimavano in 26 mila le straniere venute a fare la vita nel Bel Paese. Gli uomini non sono tanti, rappresentano una piccola fetta di tutto questo mondo. Le une e gli altri non hanno più paura di niente. La strada è una buona gavetta e c\’è chi ci si affeziona.

Mauro: no grazie, non bevo
La notte non è ancora arrivata. E\’ seduto sul marciapiede e legge la \”Gazzetta dello sport\” illuminato dal lampione. Periferia sud-est di Milano, via Varsavia di fronte l\’Ortomercato. Una sera alle 23. E\’ un \”bello di notte\”, un prostituto. Va con gli uomini e con chiunque lo paghi. E\’ un ragazzone, moro e massiccio. Pantaloni blu, scarpe da ginnastica nere, polo blu a fiori verdi. Al collo una collana d\’oro. \”Trentamila lire\” dice.
\”Sono un giornalista\”. Mauro (il nome è stato cambiato ndr.) è rumeno ha 27 anni. E\’ in Italia da due anni. Viene da Timisoara. Un giorno di febbraio del 1992 è partito in pullman per la Francia lasciando la Romania al suo destino post-Ceauscescu. Doveva essere un viaggio di turismo ed è diventato un esilio. Ha lasciato la madre (che guadagna l\’equivalente di 80 mila lire al mese), il fratello più piccolo, una fidanzata e il padre in galera. Dietro di lui la povertà e davanti l\’incognito: \”Sempre meglio della povertà\” dice. E\’ rimasto in Francia un anno poi è venuto in Italia. \”Almeno qui la lingua è simile alla mia\”. Si ritrova in Sicilia a fare il manovale e si permette anche il lusso di un tetto. Poi si trasferisce al Nord, a Milano. Manovale, pulizie: tutto in nero. Poi la crisi e la fine del lavoro. \”Come sono gli italiani\”? \”Come tutti gli altri: buoni, cattivi, furbi\”. \”Le ragazze – continua – sono troppo emancipate. Oggi sono con te domani con un altro. In Romania non è così\”. E\’ un clandestino; un extracomunitario con la pelle chiara. Vive in una capanna di cartone e plastica. Lava i panni in un rivolo d\’acqua. Quando piove gli viene la depressione. La polizia spesso lo ferma e gli chiede i documenti: \”Non li ho\” spiega. E\’ riuscito a rimanere sempre sulla strada. Altri come lui hanno il foglio di via ma anche loro non si sono mai tolti dalla strada. \”Sai chi è il sindaco di Milano?\” \”Marco Formentini, quello della Lega\”. Ma non conosce nient\’altro. Oltre piazza del Duomo non è mai stato. Per lui una città è come un\’altra. L\’importante è sopravvivere e a Milano si può. La mattina fa colazione in una delle parrocchie che offrono pane e latte. Poi passa la giornata a cercare lavoro. Oltre alla colazione riesce a spuntare un altro pasto sempre nelle opere di carità. La notte sogna ma non si ricorda i sogni. Ogni settimana chiama la madre a Timisoara. \”Tutto bene\” le dice ma non trova lavoro. Lei sa che abita in un normale appartamento, che cerca un\’occupazione e che ogni tanto la trova. Si vergogna e sorride. Tanto sua madre non lo saprà mai. \”Non ti conviene tornare in Romania\”? Gli chiedo. \”Qui almeno ho un paio di jeans e le scarpe da tennis\” anche se li ha ricevuti in regalo dalle parrocchie. Ma che gliene importa. I clienti sono persone qualsiasi. \”Giovani e vecchi, sposati e non. C\’è chi si affeziona\”. Un classico. Ci sono anche gli abituali. Una, due anche tre volte alla settimana. Ma chi ha 90 mila lire da spendere in sesso alla settimana? \”Non lo so. Non glielo chiedo che lavoro fanno\”. A volte non si scambiano una sola parola. A volte non usano neanche il profilattico. Lavora quel tanto che basta per guadagnare 100/150 mila lire alla settimana. Questo non è il suo futuro. Ma non ha un progetto. Domani colazione in parrocchia e poi in giro. Per quanto tempo ancora tutto ciò? \”Finché non troverò lavoro\”. \”Quello che faccio con gli uomini non è sesso per me. Quando voglio divertirmi vado con le puttane\”. \”Quanto paghi\”? \”Trentamila lire\”. La quadratura del cerchio. \”…lo sai che è da due anni che non bacio una ragazza\”? \”Posso offrirti una birra?\” – gli chiedo – \”No grazie, non bevo alcoolici\”.

Ismail: che cosa farai da grande? Il meccanico dalle piramidi alla povertà passando per Milano.
Ismail ha 28 anni ma ne dimostra 40. Pesante e con i gesti lenti. Si muove nella penombra in via Sacile illuminato dal taglio della luce dei lampioni. Di fianco al deposito delle cassette di legno per la frutta. Le mani in tasca e lo sguardo accorto. Piove fitto e fine e i suoi pantaloni sono appiccicati alla pelle. I capelli bagnati e l\’odore di acqua mista a sudore salgono sulla macchina quando mi accosto. \”Hai una sigaretta\” mi chiede e iniziamo a parlare. Da nove mesi fa questa vita. Parla a mala pena l\’italiano ma basta saper dire \”trentamila\”. E\’ la tariffa base. I clienti sono soprattutto giovani italiani. \”Giovani quanto?\” \”Venticinque, trent\’anni\”. All\’incirca la sua età. Lui fa il maschio. Preservativo: ogni tanto, quando l\’avventore ce l\’ha. Non trova altro da fare perché è un clandestino. Le alternative in questo caso sono tutte criminali: furti, scippi, spaccio di droghe, contrabbando. Tanto vale rischiare del proprio e così prostituirsi. Almeno rimane il narcisismo di essere pagato e l\’illusione di essere scelto. Fuori piove e le sue domande iniziano ad arrivare. \”Quanto guadagni?\” mi chiede. Quando gli dico che sono un giornalista non fa una piega e continua a fumare la sua sigaretta. Poi mi interroga sulla mia ragazza e sul giubbotto più bello del suo. Mi dice che sono strano. Forse pensa alla stranezza di essere lì con me senza dover vendere nulla, neanche la propria storia. \”Non è giusto far sapere che accadono queste cose – mi dice – perché non sono cose belle\”. Mi racconta che vive insieme ad altri sei in un appartamento dall\’altra parte della città. Pagano 600 mila lire al mese. Poi c\’è il mangiare, il detersivo per la lavatrice; per fortuna qualche vestito si recupera in parrocchia. Per sbarcare il lunario ha tentato in vari modi: questo è un modo come gli altri per lui. Però è stato felice per un periodo: quando faceva il meccanico. Sempre pagato in nero. A parlarne gli si accendono gli occhi come ai bambini che da grandi vogliono fare il pompiere. Finisce la sigaretta che segna il tempo che mi ha concesso.

Said: sguardi che toccano e scappano. L\’allegria compresa nel prezzo. Le sale a luci rosse sono una fregatura. Le luci in realtà al cinema Cielo non esistono. C\’è solo buio. L\’unico punto illuminato è lo schermo. Una volta che l\’occhio si abitua riesce a scoprire la gente seduta. Nel foyer – solo per nome identico a quello della Scala – lavora Said. Non è una maschera ma un prostituto (come chiamarlo sennò?). Mi avvicina: \”Ciao bello come stai? Vuoi fare qualcosa?\” Said ha stampato lo stesso sorriso dall\’inizio alla fine del nostro colloquio. Tra i frequentatori di questo foyer grottesco il suo sorriso è efficace. Ogni tanto scompare nel nero della sala in compagnia. Ma quando torna è sempre sorridente. Gente allegra Dio l\’aiuta. E di aiuto qui ce n\’è bisogno. Questa volta mi avvicino io. \”Ciao posso parlarti?\” \”Sei un poliziotto?\” chiede. Mi ascolta al secondo tentativo. Viene dall\’Egitto, dal Cairo. A 20 anni è sbarcato a Fiumicino con un volo diretto per la speranza. Cercava un lavoro lontano dalla miseria. Ha fatto il pizzaiolo (\”ero bravo\” dice) poi il cameriere in alcuni ristoranti nel suo girovagare tra Roma e Milano. Lavorare da clandestino vuol dire massimo sfruttamento e minimo guadagno. Ad ogni errore, al primo problema dovere scappare, cambiare città. Adesso ha 27 anni ed è ancora un ragazzo. Fa questa vita da 4 anni. Capello riccio nero tagliato ad hoc (come si conviene a chi deve fare dell\’immagine un prodotto), jeans aderente, giubbotto in pelle nera, stivali, profumo. Tutto a punto per riscuotere consensi e danari. Ci sediamo sulle poltrone che sbuffano polvere. Said è divertito dall\’incontro. \”Non vado solo con gli uomini – racconta – vado con tutti\”. L\’importante è che paghino. L\’allegria è compresa nel prezzo. Le donne non le incontra al cinema però. Per questi approcci esistono altri luoghi e altri orari come ad esempio alcuni caffè del centro. Intorno a noi si muove muta una fetta di umanità in cerca di sensazioni. Ragazzi giovani, persone di mezza età, troppi gli anziani. Sguardi che toccano e scappano. \”I soldi che guadagno mi servono per vivere\”. E per lui vivere in Italia vuol dire condividere un appartamento in una traversa di corso Buenos Aires a Milano con altri ragazzi che non sanno niente della sua vita (così dice), dei suoi pomeriggi passati al cinema, delle notti per strada. Arriva un nuovo avventore Said lo guarda, si alza automaticamente e lo segue. \”Ciao bello come stai?\”. Scompare di nuovo.

Ahmed: appuntamento nei bagni delle stazioni ferroviarie.
Ahmed viene dal Marocco dove neanche le donne si pagano per far l\’amore. E\’ un grave peccato. La parola prostituzione non riesce neanche a pronunciarla per lui è più facile viverla senza sapere che nome ha. Aspetta al bagno delle stazioni ferroviarie. Così almeno sopravvive. Non ha un prezzo: va ad offerta libera. Meno di ventimila lire però non accetta. Va bene anche una stecca di sigarette. Niente orari fissi. Quando lo incontro sono le 14 di un lunedì di gennaio e la stazione di Milano Lambrate non è affollata. Perlustra i bagni da due ore. Due ore di miasmi umani nel naso. Porte marroni sfondate e infinite scritte sui muri piastrellati di beige. Scendiamo i tre gradini della toilette e mi sento meglio. Un pò d\’aria. Parliamo al bar davanti ad una birra. \”Sono arrivato pensando di trovare un lavoro. Ma qui tutto è difficile\”. Mi guarda aspettando le domande. La sua voglia di dire arriva prima. \”In Marocco la mia famiglia ha tanta terra\” spiega in un sufficiente italiano misto a francese. \”Coltivare la terra è duro e non c\’è futuro\”. E\’ venuto in Italia per interrompere il destino contadino della sua stirpe disposto a far di tutto. In quel \”tutto\” non era certo compresa questa attività. \”Posso fare il muratore, l\’operaio ma senza il permesso di soggiorno non vogliono farti lavorare\”. Alto e magro con i capelli neri e ricci. Alcuni bianchi. La pelle olivastra. Avrà 40 anni penso. Invece sono 30. In Italia abita da due anni e mezzo. E\’ arrivato dalla Spagna dopo un giorno e una notte in mare su una di quelle barchette che sembrano gusci di noci. In prossimità della costa si è tuffato insieme ad altri clandestini. Era estate per fortuna. Costo del viaggio per la libertà: l\’equivalente di due milioni di lire. Una cifra che in Marocco permette di vivere. Il confine più semplice da attraversare è stato quello tra la Francia e l\’Italia. E\’ passato di notte seguendo la linea ferroviaria da Mentone a Ventimiglia. Poi ha preso un treno per Milano e qui è rimasto. Gli italiani non gli sono simpatici. Quando ne parla dice che sono tutti omosessuali e le donne delle poco di buono. La rabbia è in ogni suo sguardo. Vive in una baracca di cellophane e legno in un parco cresciuto su una ex discarica. Mangia all\’aperto. La mattina si sveglia presto. Porta la mano alla guancia e geme. \”Ho mal di denti – spiega – devo bere qualcosa di forte\”. Riesce a buttar giù due amari; uno dietro l\’altro come se fossero acqua. \”Non bevi un pò troppo ?\” domando. \”Io non ho paura di niente e l\’alcool non può farmi che bene\”. Sembra un animale in gabbia. E\’ nervoso. Batte le dita sul tavolo come se stesse schiacciando formiche, straccia lo scontrino. Le mani si allungano sul tavolo. Avrei tante cose da chiedergli ma è venuto il momento di fermarmi. Il resto è solo suo.

Articolo di Umberto Di Maria

Tratto da: www.terre.it

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