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Nascosto dalla storia l’olocausto canadese 2/2

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Esposizione alle malattie
Nel 1909 il Dr. Peter Bryce, del Ministero della Sanità dell’Ontario, fu assunto dal Dipartimento Affari Indiani di Ottawa per visitare le scuole residenziali indiane del Canada occidentale e della British Columbia e fare rapporto sulle loro condizioni sanitarie. Il rapporto di Bryce scandalizzò a tal punto governo e chiesa che venne ufficialmente insabbiato, per tornare alla luce solo nel 1922 quando Bryce – che a causa della sincerità del suo rapporto fu estromesso dall’amministrazione statale – scrisse un libro al proposito, dal titolo The Story of a National Crime (Ottawa, 1922).
Nel rapporto in questione il Dr. Bryce affermava che nelle scuole residenziali i bambini indiani venivano sistematicamente e deliberatamente uccisi, citava un tasso medio di mortalità fra il 35% e il 60% e asseriva che il personale ed i funzionari della chiesa nascondevano, rifiutavano di consegnare o falsificavano regolarmente la documentazione ed altre prove relative alla morte dei bambini.
Il Dr. Bryce inoltre dichiarò che uno dei metodi principali utilizzati per uccidere bambini indigeni era quello di esporli intenzionalmente al contagio di malattie trasmissibili come la tubercolosi per poi negare loro qualsiasi assistenza o cura medica – una prassi effettivamente riportata da alcuni fra i massimi rappresentanti anglicani sul Globe and Mail del 29 maggio 1953.
Nel Marzo del 1998 William e Mabel Sport di Nanaimo, BC, due testimoni indigeni che frequentarono le scuole residenziali della costa occidentale, confermarono le affermazioni del Dr. Bryce: entrambi sostengono di essere stati intenzionalmente esposti, negli anni ’40, alla tubercolosi dal personale di due scuole residenziali, una cattolica e l’altra della Chiesa Unitaria.
Mi costringevano a dormire nello stesso letto con bambini che stavano morendo a causa della tubercolosi; ciò accadeva intorno al 1942 nella scuola residenziale cattolica cristiana. Cercavano di ucciderci e quasi ci riuscirono. Fecero altrettanto presso le scuole indiane protestanti, tre bambini per letto, quelli sani con quelli morenti. (Testimonianza di Mabel Sport resa ai funzionari della IHRAAM, Port Alberni, BC, 31 marzo 1998).
Il reverendo Pitts, preside della scuola di Alberni, costrinse me ed altri otto bambini a mangiare del cibo speciale da un tipo di scatoletta diverso dal solito. Aveva un gusto davvero strano. In seguito ci ammalammo tutti di tubercolosi. Io fui l’unico a sopravvivere, perché mio padre una notte irruppe nella scuola e mi portò via di lì. Tutti gli altri morirono di tubercolosi e non vennero mai curati, bensì lasciati lì a morire, e a tutte le loro famiglie venne detto che erano morti di polmonite. Il piano era quello di ucciderci tutti in segreto. Dopo aver mangiato quel cibo, iniziammo tutti a morire. Nel gruppo di coloro che furono avvelenati, vi erano due dei miei migliori amici. Non ci fu mai permesso di parlarne né di recarci nel seminterrato, dove venivano commessi altri omicidi; essere mandati alla scuola di Alberni corrispondeva ad una condanna a morte. (Testimonianza di William Sport resa ai funzionari della IHRAAM, Port Alberni, BC, 31 marzo 1998)

Omicidi
Secondo i testimoni oculari, nelle scuole residenziali erano prassi comune omicidi anche più palesi. Tali testimoni hanno descritto bambini che venivano picchiati e lasciati morire di fame, scaraventati fuori dalle finestre, strangolati e buttati giù per le scale a spintoni o a calci sino a morirne. Questi omicidi avvenivano in almeno otto scuole residenziali, gestite dalle tre principali chiese confessionali, nella sola British Columbia.
Il sottotenente Bill Steward di Nanaimo, BC, afferma:
Mia sorella Maggie fu scaraventata da una suora dalla finestra al terzo piano della scuola di Kuper Island, e morì. Tutto venne insabbiato, né venne svolta alcuna indagine. All’epoca, essendo indiani, non potevamo assumere un avvocato e così non venne mai fatto alcunché. (Testimonianza di Bill Steward, Duncan, BC, 13 agosto 1998).
Diane Harris, assistente sanitaria del Consiglio della Tribù Chemainus della Vancouver Island, conferma i resoconti degli omicidi.
Sentiamo in continuazione racconti sui bambini che furono uccisi a Kuper Island. Appena a sud della scuola vi era un cimitero, destinati ai bambini nati dai rapporti fra i preti e le ragazze, sino a quando nel 1973, alla chiusura della scuola, non fu portato alla luce. Le suore facevano abortire le ragazze madri ed a volte finivano con l’ucciderle. Vi erano molte sparizioni. Mia madre che ora ha 83 anni, vide un prete trascinare una ragazza giù per le scale tirandola per i capelli e, di conseguenza, ella perì. Le ragazze venivano stuprate ed uccise, e poi sepolte sotto i tavolati dei pavimenti. Chiedemmo ai funzionari della RCMP locale di esumare quel luogo in cerca di resti ma loro si sono sempre rifiutati di farlo, anche in anni recenti come il 1996; il caporale Sampson ci ha persino minacciati. Questo genere di insabbiamento è la regola. I bambini sani venivano messi in infermeria assieme a quelli malati di tubercolosi, era la procedura standard; nell’arco di sette anni abbiamo documentato 35 omicidi palesi. (Testimonianza di Diane Harris resa di fronte al tribunale della IHRAAM, 13 giugno 1998).
Esistono riscontri a indicare che l’attiva collusione fra polizia, funzionari dell’ospedale, medici legali, agenti indiani e perfino capi indigeni ha contribuito ad occultare tali omicidi. Gli ospedali locali, in particolare i sanatori per la tubercolosi collegati alla chiesa unitaria e a quella cattolica romana, hanno svolto la funzione di “discariche” per i cadaveri dei bambini ed hanno regolarmente fornito certificati di morte falsi per gli studenti uccisi.
Nel caso della scuola residenziale della Chiesa Unitaria di Alberni, gli studenti che scoprivano i cadaveri di altri bambini subivano gravi punizioni. Uno di questi testimoni, Harry Wilson di Bella Bella, BC, afferma di essere stato espulso dalla scuola, quindi ricoverato in ospedale e drogato contro la sua volontà dopo aver scoperto il corpo di una ragazza deceduta nel maggio del 1967.
Cosa triste, il sistema a doppio livello di collaborazionisti e vittime creato nelle scuole fra gli studenti nativi continua a tutt’oggi, poiché alcuni dei rappresentanti del consiglio della tribù finanziati dallo stato – essi stessi ex collaborazionisti – sembrano avere un particolare interesse nel contribuire a sopprimere le prove e a mettere a tacere testimoni che incriminerebbero non solo gli assassini ma anche loro stessi, in quanto agenti dell’amministrazione bianca.
La maggior parte dei testimoni che hanno raccontato la loro storia agli autori e di fronte ai tribunali pubblici della costa occidentale hanno descritto o di aver visto casi di omicidio o di aver scoperto un cadavere presso la scuola residenziale che frequentavano. Il numero delle vittime, anche secondo le cifre fornite dal governo, fu enormemente elevato; ma allora dove sono tutti i cadaveri?
I decessi di migliaia di studenti non sono riportati in nessuno dei registri delle scuole, degli archivi degli Affari Indiani né su altra documentazione finora presentata in tribunale o su pubblicazioni di ricerca relative alle scuole residenziali. Circa 50.000 cadaveri sono letteralmente ed ufficialmente andati perduti.
Il sistema delle scuole residenziali ha dovuto occultare non solo le prove degli omicidi ma anche i cadaveri. La presenza di fosse comuni segrete per i bambini uccisi presso le suole cattoliche e protestanti di Sardis, Port Alberni, Kuper Island ed Alert Bay è stata attestata da numerosi testimoni, secondo i quali queste aree segrete di sepoltura contenevano anche i feri abortiti e persino i bimbi molto piccoli frutto dei rapporti fra preti e ragazze del personale delle scuole. Una delle testimoni, Ethel Wilson di Bella Bella, afferma di aver visto “file e file di piccoli scheletri” nelle fondamenta della ex scuola residenziale anglicana di St Michael’s ad Alert Bay quando al suo posto, negli anni ’60, venne edificata una nuova scuola.
Vi erano svariate file di scheletri, tutti allineati ordinatamente, come se fosse un gran cimitero. Gli scheletri erano stati ritrovati all’interno di una delle vecchie mura della scuola di St Mike. A giudicare dalle dimensioni, nessuno di essi poteva essere molto vecchio. Ora, per quale motivo così tanti bambini sono stati sepolti in quel modo all’interno di un muro, a meno che qualcuno non stesse cercando di nascondere qualcosa? (Testimonianza di Ethel Wilson resa a Kevin Annett, Vancouver, BC, 8 agosto 1998).
Arnold Sylvester, il quale, come Tennis Charlie, fra il 1939 ed il 1945 frequentò la scuola di Kuper Island, conferma questo resoconto.
I preti scavarono in quel cimitero in tutta fretta nel 1972, quando la scuola chiuse. Nessuno era autorizzato a guardarli riesumare quei resti. Penso che ciò fosse dovuto al fatto che si trattava di un cimitero particolarmente segreto, dove venivano sepolti i cadaveri delle ragazze incinte. Alcune delle ragazze ingravidate dai preti furono effettivamente uccise perché minacciavano di spifferare tutto; a volte venivano spedite via e a volte scomparivano. Non ci era consentito parlare di questo argomento. (Testimonianza di Arnold Sylvester resa a Kevin Annett, Duncan, BC, 13 agosto 1998).
Anche gli ospedali locali venivano utilizzati come discariche per i cadaveri dei bambini, come nel caso del ragazzo di Edmonds e del suo “trattamento” presso il St Paul’s Hospital, seguito al suo omicidio avvenuto presso la scuola cattolica di North Vancouver. Alcuni ospedali, comunque, sembrano essere stati luoghi particolarmente prediletti per l’accumulo dei cadaveri.
Il Nanaimo Tubercolosis Hospital (chiamato The Indian Hospital) era uno di questi. Secondo alcune donne che hanno subito questo genere di torture presso tale ospedale (vedere Articolo IId), sotto la guisa di cure per la tubercolosi generazioni di bambini e adulti indigeni furono oggetto di esperimenti medici e di sterilizzazione; lo stabile tuttavia era anche una sorta di magazzino-obitorio per i cadaveri dei nativi.
Secondo testimoni come Amy Tallio, che frequentò la scuola di Alberni nei primi anni ’50, il West Coast General Hospital di Port Alberni non solo accoglieva i corpi dei bambini provenienti dalla locale scuola residenziale della Chiesa Unitaria; era anche il luogo dove venivano eseguiti gli aborti sulle ragazze indigene ingravidate dai preti e dal personale e dove si sbarazzavano dei neonati che, forse, venivano uccisi.
Irene Starr, della nazione Hesquait, la quale frequentò la scuola di Alberni fra il 1952 e il 1961, conferma tutto questo.
Alla scuola di Alberni molte ragazze rimanevano incinte. I padri dei bambini, quelli che le violentavano, erano i membri del personale, gli insegnanti. Non abbiamo mai saputo cosa accadeva ai neonati, ma essi scomparivano regolarmente. Le ragazze gravide venivano portate all’ospedale di Alberni e quindi ritornavano, senza i loro bambini. Sempre. Il personale uccideva quei bambini per eliminare le loro tracce; venivano pagati dalla chiesa e dallo stato per fare gli stupratori e gli assassini. (Testimonianza di Irene Starr resa a Kevin Annett, Vancouver, BC, 23 agosto 1998).

Articolo II (b): Provocare gravi danni fisici o mentali
Agli esordi dell’era delle scuole residenziali Duncan Campbell Scott, sovrintendente agli Affari Indiani, delineò così le finalità delle suddette scuole: “Uccidere l’indiano che è dentro gli indiani”.
Chiaramente l’attacco genocida contro gli indigeni non era soltanto fisico. Ma anche spirituale. La cultura europea ambiva a possedere le menti e le anime delle nazioni native, per trasformare gli indigeni che non era riuscita a sterminare in copie di terza classe dei bianchi. Alfred Caldwell, direttore della scuola della Chiesa Unitaria di Ahousat, sulla costa occidentale di Vancouver Island, nel 1938 scriveva:
Il problema rappresentato dagli indiani è di natura morale e religiosa. Essi mancano dei fondamenti di base del pensiero e dello spirito civile, il che spiega la loro natura ed il loro comportamento infantile. Presso la nostra scuola ci sforziamo di trasformarli in cristiani maturi che imparino a comportarsi bene nel mondo ed abbandonino il loro selvaggio stile di vita ed i loro diritti, acquisiti col trattato, che li tengono inchiodati alla loro terra e ad una primitiva esistenza. Soltanto allora il problema indiano nel nostro paese verrà risolto. (Lettera del Rev. A.E. Caldwell all’agente indiano P.D. Ashbridge, Ahousat, BC, 12 novembre 1938).
Il fatto che questo stesso preside venga citato dai testimoni in quanto assassino di almeno due bambini – uno dei quali ucciso lo stesso mese in cui scrisse la sopraccitata lettera – non è casuale, poiché il genocidio culturale trabocca senza sforzo nell’assassino, come i nazisti hanno dimostrato in modo così lampante al mondo.
Nondimeno la lettera di Caldwell chiarisce due punti nodali della discussione relativa alle atrocità fisiche e mentali inflitte agli studenti indigeni: (a) le scuole residenziali costituivano un vasto programma di controllo mentale, e (b) lo scopo sotteso di questa “riprogrammazione” dei bambini indigeni era quello di scacciare i nativi via dalle loro terre onde permettere ai bianchi l’accesso ad esse.
Citando la sopravvissuta di Alberni, Harriett Nahanee:
Ci mettevano sempre gli uni contro gli altri, costringendoci a combatterci e a molestarci a vicenda. Il tutto aveva lo scopo di dividerci e di farci il lavaggio del cervello in modo che dimenticassimo che noi eravamo i Custodi del Territorio. Il Creatore diede al nostro popolo il compito di proteggere le terre, i pesci, le foreste, questo era lo scopo delle nostre essenze. I bianchi però volevano tutto per sé stessi, e le scuole residenziali erano il metodo a loro disposizione; metodo che funzionò.
Abbiamo dimenticato il nostro sacro compito ed ora i bianchi possiedono la maggior parte delle terre e si sono impossessati di tutto il pesce e di tutti gli alberi. Noi siamo per la maggior parte poveri, dediti a vizi, violenti in famiglia; e tutto questo iniziò nelle scuole, dove ci manipolarono la mente affinché odiassimo la nostra cultura e noi stessi, cosicché avremmo perso tutto quanto. Questo è il motivo per cui affermo che il genocidio è tuttora in corso. (Testimonianza di Harriett Nahanee resa a Kevin Annett, North Vancouver, BC, 11 dicembre 1995).
Fu solo con l’assunzione dei poteri di tutela da parte dei presidi della costa occidentale, avvenuta fra il 1933 ed il 1941, che emergono i primi riscontri di reti pedofile organizzate in quelle scuole residenziali; perché quel sistema era legalmente e moralmente libero di fare ai suoi allievi coatti tutto quello che voleva.
Le scuole residenziali divennero un rifugio sicuro – un sopravvissuto le definisce una “zona franca” – per pedofili, assassini e medici perversi che avevano bisogno di cavie umane vive per collaudi di farmaci o ricerche genetiche e sul cancro.
Scuole specifiche, come quella cattolica di Kuper Island e quella della Chiesa Unitaria di Alberni, divennero centri speciali in cui, unitamente all’abituale sequela di pestaggi, stupri e noleggio di bambini a influenti pedofili, venivano praticate impunemente tecniche di sterminio su bambini indigeni provenienti da tutta la provincia.
Gran parte del male fisico e mentale recato agli studenti indigeni aveva lo scopo di spezzare lealtà tribale tradizionale per linee di parentela, mettendo i bambini gli uni contro gli altri e privandoli dei loro legami naturali; maschi e femmine erano rigidamente segregati in dormitori separati e non potevano mai incontrarsi.
Una sopravvissuta racconta di non avere mai visto il fratellino per anni, anche se lui si trovava nel medesimo edificio della scuola anglicana di Alert Bay. Quando poi i bambini sconfinavano nei corrispettivi dormitori e le ragazze ed i ragazzi più grandicelli venivano colti a scambiarsi effusioni, venivano applicate a tutti quanti punizioni più severe. Secondo le parole di una sopravvissuta che frequentò la scuola di Alberni nel 1959:
Un ragazzo ed una ragazza, sorpresi a baciarsi, subirono la pena delle verghe. I due vennero costretti a strisciare nudi lungo una fila di altri studenti, e noi li colpimmo con bastoni e fruste forniteci dal direttore; la ragazza fu picchiata così duramente che morì a causa di un’insufficienza renale. Ci diedero davvero una bella lezione: se cercavi di provare dei normali sentimenti per qualcuno, venivi ucciso per questo. Così imparammo ben presto a non voler bene né a fidarci di nessuno, e a fare soltanto quanto ci veniva ordinato. (Testimonianza di una donna non identificata della Nazione Pacheedat, Port Renfrew, BC, 12 ottobre 1996).
Secondo Harriett Nahanee:
Le scuole residenziali creavano due tipi di indiani: schiavi e traditori, e questi ultimi sono ancora in carica. Il resto di noi fa ciò che gli viene ordinato. I capi dei consigli delle tribù hanno detto a tutti quelli della nostra riserva di non parlare in tribunale ed hanno minacciato di tagliare le nostre indennità nel caso lo facciamo. (Harriet Nahanee a Kevin Annett, 12 giugno 1996).
La natura di quel sistema di tortura non era casuale. Ad esempio, nelle scuole residenziali canadesi di qualsiasi confessione, l’uso regolare di scosse elettriche su bambini che parlavano la loro lingua o che erano “disobbedienti” era un fenomeno diffuso, e ciò non veniva a casaccio ma era una prassi istituzionalizzata.
Secondo testimoni oculari, nelle scuole di Alberni e Kuper Island della British Columbia, nella scuola cattolica spagnola dell’Ontario ed in strutture ospedaliere isolate, gestite dalle chiese e dal Dipartimento Affari Indiani nel Quebec settentrionale, a Vancouver Island e nell’Alberta rurale, esistevano stanze di tortura, allestite appositamente con sedie elettriche fisse e spesso fatte funzionare da personale medico.
Mary Anne Nakogee-Davis di Thunder Bay, Ontario, nel 1963 all’età di otto anni, fu torturata su una sedia elettrica dalle suore della scuola residenziale cattolica spagnola. Ella racconta:
Le suore la usavano come un‘arma, e vi fui sottoposta in più di un’occasione. Ti legavano le braccia ai braccioli metallici e le scosse ti facevano sobbalzare tutto il corpo. Non so che male avessi fatto per meritare una tale punizione. (Tratto da The London Free Press, London, Ontario, 22 ottobre 1996).
Torture di questo genere, analoghe ai programmi di sterilizzazione individuati presso il W.R. Large Memorial Hospital di Bella Bella ed il Nanaimo Indian Hospital, venivano eseguite anche presso istituti gestiti dalle chiese con i fondi del Ministero Affari Indiani.
Frank Martin, postino indigeno della British Columbia settentrionale, descrive la sua reclusione coatta e l’impiego della sua persona per esperimenti, avvenuta nel 1963 e nel 1964 presso la Bbrannen Lake Reform School, vicino a Nanaimo:
All’età di nove anni fui rapito dal mio villaggio e mandato alla scuola Brannen Lake di Nanaimo. Un medico locale mi fece un’iniezione e mi risvegliai in una piccola cella, forse di tre metri per quattro; mi tennero rinchiuso li come un animale per 14 mesi. Mi tiravano fuori ogni mattina e mi somministravano scosse elettriche alla testa sino a quando non svenivo e poi, nel pomeriggio, mi sottoponevano a raggi X per diversi minuti di seguito. Non mi dissero mai perché lo facessero, ma all’età di diciotto anni mi ammalai di cancro ai polmoni pur senza aver mai fumato. (Testimonianza videoregistrata di Frank Martin resa a Eva Lyman e Kevin Annett, Vancouver, 16 luglio 1998).
Questi esperimenti empirici combinati ad un sadismo brutale caratterizzarono questi istituti finanziati pubblicamente, in particolare il famigerato Nanaimo Indian Hospital. David Martin di Powell River, BC, nel 1958, all’età di cinque anni, fu condotto in questo ospedale e sottoposto ad esperimenti comprovati da Joan Morris, Harry Wilson ed altri testimoni citati nel presente rapporto. Secondo David:
Mi fu detto che avevo la tubercolosi, ma io ero del tutto sano; non presentavo alcun sintomo di quella malattia. Quindi mi mandarono al Nanaimo Indian Hospital e li mi tennero legato in un letto per più di sei mesi. Ogni giorno i medici mi praticavano delle iniezioni che mi facevano stare davvero male e provocavano sulla mia pelle arrossamenti e prurito. Sentivo le urla di altri bambini indiani rinchiusi in celle di isolamento; non ci fu mai consentito di vederli e nessuno mi disse mai che cosa stessero facendo a tutti noi in quel luogo. (David Martin a Kevin Annett, Vancouver, 12 novembre 2000).
Presso le stesse scuole residenziali una tortura ordinaria e ricorrente erano gli interventi sui denti dei bambini senza l’utilizzo di qualsiasi forma di anestesia o di analgesici. Due diverse vittime di queste torture presso la scuola di Alberni descrivono di esservi state sottoposte da differenti dentisti a distanza di decenni. Harriett Nahanee fu brutalizzata in quel modo nel 1946, mentre Dennis Tallio fu “sottoposto all’opera di un vecchio infermo che non mi somministrò mai degli analgesici” in quella stessa scuola nel 1965.
I sopravvissuti agli esperimenti del Dr, Josef Mengele ritengono che costui li abbia elaborati alla Cornell University di New York, i Bristol Labs di Syracuse, New York, e Upjohn Corporation e laboratori Bayer dell’Ontario. Mengele ed i suoi ricercatori canadesi, come il famigerato psichiatra di Montreal Ewen Cameron, utilizzavano prigionieri, malati mentali e bambini indigeni provenienti dalle riserve e dalle scuole residenziali nella loro attività volte a cancellare e rimodellare la memoria, e la personalità umana, usando farmaci, scosse elettriche e metodi per indurre traumi identici a quelli impiegati per anni nelle scuole residenziali.
Ex dipendenti del governo federale hanno confermato che l’uso dei “reclusi” delle scuole residenziali per esperimenti medici governativi era autorizzato tramite un accordo congiunto con le chiese che gestivano le scuole stesse.
Secondo un ex funzionario degli Affari Indiani:
Una sorta di accordo sulla parola fu in vigore per molti anni: le chiese ci fornivano i bambini dalle scuole residenziali e noi incaricavamo l’RCMP di consegnarli a chiunque avesse bisogno di un’infornata di soggetti da esperimento: in genere medici, a volte elementi del Dipartimento della Difesa. I cattolici lo fecero ad alto livello nel Quebec, quando trasferirono in larga scala ragazzi dagli orfanotrofi ai manicomi. Lo scopo era il medesimo: sperimentazione. A quei tempi i settori militari e dell’intelligence davano molte sovvenzioni: tutto quello che si doveva fare era fornire i soggetti.
I funzionari ecclesiastici erano più che contenti di soddisfare quelle richieste. Non erano solo i presidi delle scuole residenziali a prendere tangenti da questo traffico: tutti ne approfittavano, e questo è il motivo per cui la cosa è andata avanti così a lungo; essa coinvolge proprio una sacco di papaveri alti. ( Dai fascicoli riservati del tribunale dell’IHRAAM, contenenti le dichiarazioni di fonti confidenziali, 12-14 giugno 1998).
Gli esperimenti in questione e la cruda brutalità delle sevizie inflitte ai bambini nelle scuole attesta la considerazione che le istituzioni avevano degli indigeni in quanto esseri “sacrificabili” e “malati”. Decine e decine di sopravvissuti provenienti da dieci diverse scuole residenziali della British Columbia e dell’Ontario hanno descritto sotto giuramento le seguenti torture, inflitte fra il 1922 ed il 1984, a loro stessi e ad altri bambini, alcuni di solo cinque anni di età:
Stringere fili e lenze da pesca attorno al pene del bambini;
Inserire aghi nelle loro mani, guance, lingue, orecchie e pene;
Tenerli sospesi sopra tombe aperte minacciando di seppellirli vivi;
Costringerli a mangiare cibo pieno di vermi o rigurgitato;
Dire loro che erano morti e che stavano per essere uccisi;
Denudarli di fronte alla scolaresca riunita e umiliarli verbalmente e sessualmente;
Costringerli a stare eretti per oltre 12 ore di seguito sino a quando non crollavano;
Immergerli nell’acqua ghiacciata;
Costringerli a dormire all’aperto durante l’inverno;
Strappare loro i capelli dalla testa;
Sbattere ripetutamente le loro teste contro superfici in muratura o in legno;
Colpirli quotidianamente senza preavviso tramite fruste, bastoni, finimenti da cavallo, cinghie metalliche decorate, stecche da biliardo e tubi di ferro;
Estrarre loro i denti d’oro senza analgesici;
Rinchiuderli per giorni in stanzini non ventilati senza acqua né cibo;
Somministrare loro regolarmente scosse elettriche alla testa, ai genitali e agli arti.

Forse il riassunto più chiaro della natura e degli scopi di tale sadismo è costituito dalle parole di Bill Steward di Nanaimo, sopravvissuto alla scuola Kuper Island:
Era la gente della chiesa ad adorare il diavolo, non noi. Volevano l’oro, il carbone, la terra che abitavamo, così ci terrorizzavano affinché consegnassimo tutto a loro. Come fa un uomo che all’età di sette anni veniva violentato quotidianamente a combinare qualcosa nella vita? Le scuole residenziali furono istituite per distruggere le nostre vite, e riuscirono nell’intento. I bianchi erano dei terroristi, puri e semplici. (Testimonianza di Bill Steward resa a Kevin Annett e ad osservatori della IHRAAM, Duncan, BC, 13 agosto 1998).

Tratto da: http://digilander.libero.it/wayaka/canadiangenocidio.htm

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