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Sulla pena di morte

Iraq: reintroduzione della pena di morte, un passo indietro secondo Amnesty International

Amnesty International ha deplorato la decisione del governo ad interim dell’Iraq di reintrodurre la pena di morte e ritiene che questo provvedimento non farà nulla per ridare sicurezza alla popolazione del paese.

“La pena di morte è la più estrema delle punizioni crudeli, inumane e degradanti. Viola il diritto alla vita, è irrevocabile e può essere inflitta a persone innocenti” – sostiene l’organizzazione per i diritti umani.

Ieri, domenica 8 agosto, il governo ha annunciato la reintroduzione della pena di morte per una serie di reati tra cui l’omicidio, il traffico di droga e la minaccia alla sicurezza nazionale.

Amnesty International riconosce la gravità dell’attuale situazione della sicurezza in Iraq così come il dovere del governo ad interim di proteggere la vita dei cittadini iracheni e di coloro che si trovano nel paese. Tuttavia, l’organizzazione per i diritti umani non crede che l’introduzione della pena di morte rappresenti la risposta adeguata. La pena di morte non ha mai mostrato di avere un effetto deterrente più efficace rispetto ad altre sanzioni.

Amnesty International agisce per porre fine alle esecuzioni ovunque nel mondo ed ha sollecitato in più occasioni il governo ad interim dell’Iraq a non reintrodurre la pena di morte e a considerare l’ipotesi di abolirla definitivamente.

“Se il governo ad interim riprenderà le esecuzioni, compirà un profondo passo indietro rispetto alla tendenza mondiale verso l’abolizione della pena di morte. Oltre la metà dei paesi del mondo ha abolito la pena capitale per legge o nella pratica. Nell’ultimo decennio, una media superiore a tre paesi all’anno ha abolito la pena di morte per tutti i reati” – ha concluso Amnesty International.

Appello on line di Amnesty International per sei stranieri condannati a morte in Libia

La Sezione Italiana di Amnesty International ha lanciato oggi un appello al leader libico Gheddafi chiedendo che non venga eseguita la condanna a morte nei confronti di sei operatori sanitari stranieri, cinque bulgari e un palestinese, accusati di aver contagiato 426 bambini con il virus dell’HIV mentre lavoravano all’Ospedale Pediatrico al-Fateh di Benghazi.
I sei – Kristiana Malinova Valcheva, Nasya Stojcheva Nenova, Valentina Manolova Siropulo, Valya Georgieva Chervenyashka, Snezhanka Ivanova Dimitrova e Ashraf Ahmad Jum\’a – si dichiarano innocenti e hanno riferito di essere stati torturati allo scopo di estorcere loro delle confessioni.
Amnesty International chiede che le condanne a morte vengano immediatamente commutate e che venga annunciata una moratoria sulle esecuzioni, in linea con quanto richiesto dalla Commissione sui diritti umani delle Nazioni Unite a tutti gli Stati che applicano ancora la pena di morte.
Dal 1998 nessun passo concreto sembra essere stato fatto verso l’abolizione della pena di morte in Libia. Amnesty International ritiene che l’applicazione di questa sanzione sia assai ampia anche nella bozza di codice penale attualmente in discussione, persino per atti che costituiscono niente di più che l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di associazione.
Amnesty International chiede inoltre alle autorità di Tripoli di porre fine alla pratica della detenzione in isolamento e senza possibilità di contattare avvocati e familiari, che viola apertamente le leggi del paese: è durante questo periodo che i prigionieri corrono il più alto rischio di essere torturati o maltrattati.

L’appello può essere sottoscritto on-line a questo indirizzo: www.amnesty.it/appelli

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia Ufficio stampa Tel. 06 4490224 – 348 6976920

Tratto da: www.amnesty.it


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