Home » Dalla redazione... » Fino a dove…

Fino a dove…

CONDIVIDI


… fino a dove si può arrivare per difendere gli animali? Quali sono i nostri limiti? Fino a dove possiamo (o siamo disposti a) spingerci per questo obiettivo?

Questo era il tema della conferenza-dialogo che si è svolta lunedì 23 maggio alla Sorbona di Parigi. L’anfiteatro Jean Moulin si è riempito per questo incontro, molto ben organizzato, da Enrique Utria et David Chauvet sotto l’egida delle associazioni Droits des Animaux (Diritti degli Animali) e PAVéS.

La conferenza è durata due ore, durante le quali si sono susseguiti gli interventi di tre professori universitari, tutti accomunati dallo stesso interesse: la difesa degli animali in quanto esseri senzienti, ma ognuno con un’opinione diversa al riguardo. Cercherò qui di seguito di riassumere la posizione di ognuno di loro.

Il primo a intervenire è stato Steven Best, supportato dalla traduzione simultanea, insegnante di filosofia morale all’università del Texas, uno degli autori contemporanei più radicali sulla questione dei diritti degli animali, durante il suo acceso intervento ha voluto dimostrare che le azioni violente compiute in difesa degli animali hanno una legittimità morale e che sono anche necessarie per affrancare gli animali dal terrorismo specista.

Secondo il dr. Best gli animali sono in una situazione talmente “limite”, talmente disperata da poter essere considerata una guerra, sono in stato di assedio, e ogni mezzo, ogni tattica disponibile sono utilizzabili per porre fine a questa situazione. Ci sono milioni di esseri viventi che vengono sfruttati, maltrattati, fatti oggetto di violenza e bisogna porre fine a questa situazione con ogni mezzo a disposizione. Durante il suo intervento ha dimostrato, partendo dalla definizione della parola violenza, che è moralmente accettabile andare contro le leggi esistenti, se queste leggi sono ingiuste e ledono i diritti e la dignità di un gran numero di individui. Un atto violento ha una diversa valenza se è effettuato per attaccare e nuocere a qualcuno, oppure se nasce dalla legittima difesa, nel nostro caso difesa di esseri che, per la mitezza del loro carattere, non reagiscono. L’istinto alla libertà e alla soddisfazione dei propri bisogni farebbe vivere in libertà gli animali, non imprigionati in un laboratorio di sperimentazione o in un allevamento industriale. Lo sfruttamento che da secoli l’uomo impone agli animali non crea un semplice conflitto, o una lotta, ma un vero e proprio stato di guerra, dove una sola specie animale (l’uomo) prevarica su migliaia di altre specie. Chi invade la proprietà altrui per liberare degli animali infrange la legge e commette un reato, ma come dovrebbe essere qualificato allora lo sfruttamento che viene inflitto agli animali? Di che crimine si tratta? Ne segue un’analisi critica del pacifismo che viene paragonato alla passività, in quanto rifiutando la violenza come mezzo per ottenere un fine si priva di uno strumento efficace per ottenere lo scopo comune a tutti i difensori dei diritti degli animali. I grandi progressi ottenuti dall’umanità non sono stati ottenuti dai pacifisti (abolizione della schiavitù, parità dei diritti per i neri d’America…) ma dalle frange più estremiste e violente che lavoravano in contemporanea (Black Panthers per esempio) e che facevano pressioni sui governi per far avanzare le cose.

All’obiezione che gli viene fatta sovente che le azioni violente effettuate per liberare gli animali, violando la proprietà privata altrui, danneggiano l’immagine pubblica degli animalisti S.B. risponde che in quel contesto è più importante il risultato ottenuto, il fine cercato che l’opinione pubblica. L’aver ridato la libertà agli animali, e in molti casi aver messo in ginocchio quella determinata attività commerciale, facendola chiudere e impedendole di continuare a perpetrare i suoi crimini contro altri animali è molto più importante di quello che potrà pensare la massa dei telespettatori quando le verrà presentata la notizia in maniera distorta.

L’uomo ha la responsabilità di difendere gli animali quando questi non possono farlo da soli, difendere gli animali non è essere violenti ma esercitare la legittima difesa in loro vece, in quanto ne sono impossibilitati. Chi difende gli animali con ogni mezzo a sua disposizione non è un terrorista, ma un difensore della pace.

Il secondo intervento era a cura del dr. Bernard Baertschi, ricercatore all’Istituto di etica biomedicale e al Dipartimento di Filosofia dell’università di Ginevra. B.B. è uno dei pochi specialisti francofoni di bioetica ed etica animale, nel suo preambolo ha fatto una distinzione tra i vari tipi di atteggiamenti che si possono avere nei confronti degli animali, che comunque non si deve dimenticare che sono esseri sensibili: cioè capaci di provare piacere e dolore.

Gli antropocentrici pongono l’uomo al centro del sistema in quanto essere superiore a tutti gli altri quindi atto a dominarli. Il pathocentrismo riconosce il valore degli esseri dotati di sensibilità, suscettibili di soffrire, il biocentrismo riconosce il valore di ogni essere vivente (Kenneth Goodpaster), l’ecocentrismo coinvolge nella sua considerazione tutto, anche l’ambiente (impossibile proteggere una specie animale senza proteggere il suo habitat). La maggior parte delle persone invece ragiona in maniera graduale, riconoscendo più meritevoli di considerazione alcune specie rispetto ad altre in maniera scalare. Per esempio la legge svizzera sulla “Exécution des expériences”, all’articolo 20 dice di utilizzare “animaux d’un rang élevé (mammiferi) seulement s’il n’est pas possible de faire de tests sur des animaux de rang moins élevé” (utilizzare animali di un rango elevato -mammiferi- solo se non è possibile fare i test su animali di rango inferiore). L’uomo porta pregiudizio alla dignità dell’animale nel momento in cui i suoi interessi passano in primo piano rispetto all’interesse dell’animale (principio dell’utilità degli animali dal punto di vista umano dello sfruttamento per ricavarne un beneficio). C’è in questo caso un interesse alla vita da parte di tutti e due, solo che l’interesse del palato degli uni è meno importante dell’interesse a vivere degli altri. Se si guarda la questione dal punto di vista dei pathocentrici si potrebbero mangiare, quindi, gli animali che non soffrono (decerebrati, molluschi, insetti, prodotti in vitro senza cervello in maniera ogm ed espressamente creati per nutrire l’uomo, si sono già fatti esperimenti in questo senso sulle amebe che però si sono verificate inadatte a certi test di laboratorio), questo modus operandi si posizionerebbe in un contesto di riduzione graduale, di sempre minor utilizzo degli animali fino alla loro sostituzione con metodi alternativi. In conclusione il dr. Baertschi, alla luce delle sue conoscenze, è contrario all’uso della violenza e dei metodi coercitivi per la liberazione degli animali, la violenza genera violenza e non è la via giusta per conseguire lo scopo.

Il terzo relatore era il dr. Jean-Baptiste Jeangène Vilmer, insegnante di relazioni internazionali al King’s College di Londra, autore del recente libro di successo “Que sais-je?” sull’etica animale e di “Anthologie d’éthique animale” di prossima pubblicazione alle edizioni Puf. La sua tesi dimostrava come, nella maggior parte dei casi, l’uso della violenza non permette di difendere adeguatamente gli interessi degli animali.

Alcuni animalisti vorrebbero l’abolizione completa dello sfruttamento animale, alcuni sono i cosiddetti welfaristi nella fase intermedia (corrente di pensiero che in attesa di raggiungere lo scopo preconizza un miglioramento delle condizioni di vita e di abbattimento degli animali ancora allevati) in attesa di raggiungere lo scopo finale. Quindi come comportarsi? Usare i mezzi conosciuti e a nostra disposizione per sensibilizzare le persone (trasmissioni televisive, dibattiti pubblici, volantinaggio…) o andare oltre? J.B.J.V. non si definisce un pacifista perché come il dr. Best crede che le grandi conquiste della società non si sono avute grazie ai pacifisti, ma come conseguenza alle pressioni violente sui governi; quindi ritiene che la violenza possa essere legittima e giustificata. Per esempio gli attivisti A.L.F. si considerano dei non violenti perché non hanno mai ferito nessuno durante i loro interventi, fatto questo che considerano un punto d’onore. Si possono però fare delle vittime indirette (un soldato che in guerra faccia saltare una casa vuota con una bomba non farà morti o feriti ma lederà comunque violentemente una famiglia di civili). Dipende da che parte si guarda la cosa: la storia ci insegna che quelli che per alcuni sono terroristi per altri sono freedom fighters (partigiani e soldati, i piloti degli aerei che hanno distrutto le Twin Towers…), chi decide quindi se sono colpevoli o innocenti? Se sono terroristi o combattenti della libertà? I benefici diretti e immediati di un’azione di forza sono la riduzione della sofferenza ed il rallentamento dello sfruttamento. Quando uno di questi episodi arriva in televisione viene presentato come un atto vandalico o terroristico, o comunque criminale, l’opinione pubblica si sensibilizza alcuni approfondiscono incuriositi la questione. La maggior parte delle persone, invece, ha un’opinione negativa dell’accaduto, perché queste azioni vengono strumentalizzate per mettere in cattiva luce gli animalisti, si ha come conseguenza una diminuzione delle donazioni alle associazioni di difesa dei diritti degli animali e un immediato indebolimento di tutto il movimento. La pressione sociale fa sì che anche le persone che a livello razionale potrebbero essere d’accordo si dissociano e anche se sarebbero dei potenziali vegetariani, perché in accordo con i fini, le modalità di intervento li fanno allontanare. In linea generali quindi anche il dr. Jeangène Vilmer è contrario a questi metodi, pur non essendo un pacifista, perché le conseguenze globali a lungo termine sono più nefaste del beneficio immediato, quindi è contrario alla violenza in ambito animalista.

(Fino dove andare per difendere gli animali? Rischio che le azione violente di alcuni, per far cessare temporaneamente la sofferenza immediata di qualche animale, nuocciano all’immagine della difesa degli interessi degli animali nell’opinione pubblica, ritardando ulteriormente le riforme previste)

Alla fine della conferenza c’è stato un intervento di una persona dal pubblico, la quale ha perso la sorella, deceduta per una malattia rara e senza cura. All’epoca dei fatti era appena stato creato un farmaco negli U.S.A. che era ancora in fase di sperimentazione sugli animali. La paziente aveva fatto richiesta di poterlo provare, in quanto arrivata ad uno stadio della malattia in cui non c’erano più speranze. Il permesso è stato negato e la sorella è deceduta. Questo testimonianza è stata portata per chiedere come mai non vengono accettati volontari umani in casi del genere. Risponde il dr. Baertschi per dire che il problema è più legislativo che altro, unitamente al fatto che le strutture e le case farmaceutiche non vogliono assumersi rischi e conseguenze della gestione di tale metodo di sperimentazione.

La chiusura di questa interessante conferenza è stata affidanta al dr. Estiva Reus, insegnate di economia all’università della Bretagna occidentale, redattore a “Cahier antispécistes” e socio fondatore dell’Associazione L214, che ha fatto delle riflessioni a proposito del fatto che trent’anni fa ci si interrogava ancora se era giusto o meno difendere i diritti degli animali, mentre oggi ci si interroga su quali siano i mezzi migliori per ottenere questo fine, quindi innegabili progressi sono stati fatti. Talmente tanti progressi che chi sfrutta gli animali spesso usa i nostri stessi argomenti per giustificare il loro operato (i cacciatori che adducono il loro amore per la natura e il loro ruolo di guardiani degli equilibri faunistici per esempio), questo è segno dell’evoluzione che ha avuto il movimento di difesa degli animali, la sua crescita è evidente per tutti, anche per i suoi detrattori.

Lascio ad ognuno le riflessioni del caso sull’argomento, per quanto mi riguarda ero entrata nell’anfiteatro con delle idee molto chiare, ma lo svolgersi degli interventi hanno dipanato una matassa che mi ha dato ancora molto materiale di riflessione. Spero anche a voi.

CONDIVIDI


Puoi seguire tutti i commenti di questo articolo via RSS 2.0.

1 Commento per “Fino a dove…”

  1. Mara Di Luca

    Siamo la razza dominante,ma non la razza superiore.I Per ora.Attenzione al futuro.

Lascia un commento

VeganOK TG News














Veganok.com


VEGANOK S.R.L. - Società Benefit
P.IVA 13693571005
tel. +39 063291366
fax +39 0692912710

Info

chi siamo
contattaci
privacy e cookie policy
feed RSS feed rss

VeganOK Network

promiseland.it
veganblog.it
veganok.com
biodizionario.it

 

veganwiz.com
veganwiz.es
veganwiz.fr