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Perché non sono onnivoro

Tre secoli fà David Hume mise il mondo al cospetto del seguente problema: “Da ciò che é non possiamo ricavare ciò che dobbiamo fare“. Autore dell’articolo Bruce Garfield

In inglese, il famoso detto di Hume é passato alla storia della filosofia come lo “ is/ought problem“. Questa lapidaria analisi taglia le gambe all’etica. In breve, non importa quando accuratamente indaghiamo la realtà, dalla nostra analisi non possiamo ricavare un insieme di regole su un comportamento morale. Che il suo detto si riferisca solo all’etica emerge dal fatto che siamo in grado di ricavare prescrizioni da altre discipline; ad esempio in geometria possiamo estrapolare regole prescrittive come : “Se vuoi ricavare l’ipotenusa di un triangolo rettangolo e hai la misura dei cateti, devi sommare i quadrati dei cateti e la misura dell’ipotenusa é la radice quadrata di quella somma”, oppure, “Se vuoi costruire un ponte che regga al passaggio di un automezzo del peso di 10.000, devi usare questi materiali disposti in questo modo…” eccetera.

Da quel punto in poi i pensatori hanno tentato di aggirare l’ ostacolo humiano in diversi modi. Ai nostri giorni c’ é un’autorevole neuroscienziato, Sam Harris, americano, paladino dell’ateismo, che difende strenuamente la tesi che un’etica é ricavabile da uno studio della coscienza umana. Vi sarebbe, a suo dire, la possibilità, di estrapolare dalla coscienza umana in genere principi etici, legati a una intuizione di benessere. A me l’idea sembra improbabile: penso al fallimento del comunismo. Se il comunismo é fallito in Unione Sovietica lo si deve al fatto che solo uno sparuto numero di cittadini sovietici erano bendisposti ad arrendere privilegi personali a un minimo benessere comune. Lì nessuno moriva di fame, nessuno non aveva un tetto dove ripararsi la sera, il diritto all’assistenza medica era assoluto. Eppure, alla maggioranza della gente, questa giustizia che distribuiva un pò di tutto a tutti sembrava umiliare certe istanze egotiche dell’individuo, il quale finiva per sentirsi demotivato ed estraneo all’ideologia del potere.

Inoltre, su che basi possiamo mai imporre un’etica che nasca da una profonda conoscenza dell’animo umano? Supponiamo che un certo signor X abbia violato le regole imposte da questa dottrina auspicata dagli harrisiani, e che essi gli dicano: “Guarda, tu hai commesso un’azione immorale”. Immaginiamo che lui risponda “A me della vostra etica non me ne puo’ fregare di meno” e che l’harrisiano insista dicendo “Ma il benessere collettivo esige…” e il signor X risponda “A me del benessere collettivo non me ne può fregare di meno”. L’harrisiano va avanti a sostenere che l’immoralità commessa da X si ripercuote su X stesso con uno stato d’animo di infelicità. ‘ È difficile credere che si possa sostenere un’etica di questa natura.

Charles Manson, il famigerato mandatario dei delitti di Sharon Tate e di Leno e Rosemary La Bianca, dopo circa 40 anni di carcere, nelle interviste che rilascia si mostra convinto di essere nel giusto. In genere il pentimento non sfiora le coscienze degli assassini. Il problema di coscienze individuali che contrastano con una fantomatica coscienza collettiva che persegua il benessere collettivo rimane, a mio avviso, irrisolvibile.

La dottrina di Harris sembra porre uno scopo all’etica che abbia una valenza universale. Hume pensava che la preservazione della specie fosse alla radice del sentimento etico. Ma se non è possibile, come sembra, estrapolare dei principi etici dalla coscienza umana, una volta che si siano stabiliti dei principi idonei alla preservazione della specie o al benessere collettivo, l’etica finisce per identificarsi con la legge. Non si uccide e non si ruba per evitare il carcere. Solo la prescrizione sembra un deterrente con una connotazione vicina a una efficacia universale.

Beltrand Russell scrisse un saggio dal titolo “Perché non sono cristiano”. Ricordo vagamente che fra le ragioni indusse il fatto che Gesù aveva maledetto un albero di fico che non aveva fatto nulla di male. In seguito qualcuno gli chiese su cosa fondasse le sue intraprese di carattere etico e lui rispose: “Sulla mia sensibilità “. Un’etica fondata sui comandamenti, come la religione cristiana resiste al detto di Hume citato all’inizio perché vi sono conseguenze all’ira di Dio. Dinuovo è la prescrizione a rendere l’etica accettabile.

“Se Dio è morto tutto è possibile”, disse Dostoevskij rieccheggiando, consapevolmente o per intuizione indipendente, il detto di Hume, ma un etica fondata sulla religione cristiana dovrebbe anche accettare che un dio possa ordinarci di uccidere un nostro figlio, ordine improponibile, perchè anche chi ci crede ha un’idea di un Dio che non ordinerebbe mai qualcosa di così disumano!

Io, più modestamente, dirò perchè non sono onnivoro.

Nel secolo scorso i riduzionisti, quei filosofi che cercano da 2 secoli di ridurre tutto il mentale al fisico, identificarono in uno dei loro famosi esempi, il dolore con l’eccitazione di una particolare fibra nervosa del cervello, la fibra C. Questi sostenitori della cosiddetta teoria dell’identità dei tipi, furono travolti dalle idee di Hilary Putnam ed altri, fra cui Fodor. Putnam, filosofo harvardiano, ispirato dalla tesi di Alan Turing, che sostenne anni prima che qualunque calcolo la mente umana é in grado di fare può essere fatto da una macchina, ad esempio un computer, sostenne che molto probabilmente stati mentali come quello del dolore non richiedono necessariamente la medesima struttura nervosa per realizzarsi. Animali privi di fibre simili a quelli del cervello umano sono in grado di sperimentare il dolore. La tesi di Putnam, oggi nota come ‘funzionalismo’, in breve sostiene che diversi meccanismi possono realizzare lo stesso stato mentale.

D’altro canto l’evoluzionismo ci ha convinti che la specie umana deriva da specie animali inferiori. Se si pensa che il nostro DNA é simile a quello degli scimpanzè per il 98.2%, la nostra fratellanza con gli animali si impone al punto che possiamo tranquillamente definirli in qualche modo ‘il nostro prossimo’.

In filosofia e Intelligenza Artificale oggi giorno si tende a fare una distinzione fra livelli di coscienza. La coscienza, in questa nuova ottica, é comune a tutte le specie viventi, certamente ai mammiferi.

Negli anni ’70 abbiamo imparato da Chomsky, Quine e altri che il linguaggio umano é unico fra le specie animali, il cui sistema comunicativo consiste in un numero finito di segnali. Il nostro linguaggio invece é di natura ricorsiva. La lingua che impariamo da bambini consiste in un numero limitato di parole

(il lessico) e un numero limitato di regole di formazione (la grammatica). Il bambino é in grado, una volta assimilati una parte della grammatica e del lessico, di generare una frase mai sentita prima o mai pronunciata prima (la capacità linguistica consiste nel generare, almeno in principio, una frase mai pronunciata prima: il linguaggio é infinito). Ad esempio, avendo imparato da altri il significato della frase ‘ho mal di testa’, il bambino può, all’uopo formare la frase ‘ho mal di stomaco’. Questa capacità era riconosciuta solo alla specie umana. Sperimentatori americani hanno dimostrato invece recentemente che gli scimpanzè hanno capacità ricorsive: alcuni di essi hanno formato frasi nuove, usando pezzi di legno su cui vi erano scritte parole.

I cinesi mangiano il cervello di certe varietà di scimmie ancora vive, dopo aver rimossa la scatola cranica. Se non proviamo un senso di ripulsa a una simile barbarie vuol dire che qualcosa di molto sbagliato caratterizza la nostra coscienza. Il senso di ripulsa nasce dalla sensibilità, qualunque cosa essa sia, coniugata con le conoscenze scientifiche. Gli animali, se non proprio fratelli, sono nostri parenti. Se una forma di coscienza é presente in ogni essere vivente, da cui sono propenso ad escludere le piante, e la coscienza é la sede dell’io, magari un ’IO’ non raffinato come il nostro, é generato da coscienze a vari livelli e prababilmente in grado di percepire dolore e sperimentare paura.

Cosi, uccidere un vitello, una gallina, un maiale, dovrebbe sollevare il sospetto che stiamo facendo ad altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi.

Se specie più evolute della nostra, magari provenienti dallo spazio, dovessero un giorno metterci in allevamenti per soddisfare il loro appetito, non avremmo alcun argomento per condannare moralmente la loro indifferenza rispetto al dolore e alle paure che starebbero generando.

(Foto di Digitalnative su Flickr)

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5 Commenti per “Perché non sono onnivoro”

  1. ketty

    Buona domenica a voi tutti. La cosa delle scimmie in Cina è non ho parole per definirla, scusatemi. Circa il fatto che i nostri fratelli siano anche gli animali non c’è dubbio. Il 98,2 % è da sempre cosa che non lascia dubbi. ma non solo per gli scimpanzè. Io ho in casa vari figli pelosi e chi come me li adora e cerca di farli vivere come Dio comanda sa che loro non solo capiscono tutto e ti danno di più di quello che tu potrai mai dare loro ma quando qualcuno nega questa cosa io rispondo se loro capiscono il nostro linguaggio e noi solo una piccola parte del loro linguaggio: dove sta il gap? e lo scettico di turno zittisce. ^_^

  2. cecilia

    Non mi colpisce minimamente il fatto di avere il patrimonio genetico quasi identico ad alcuni animali dato che sappiamo che sulla nostra terra gli elementi che compongono la materia sono sempre gli stessi ricombinati sempre in modo nuovo e diverso dando luogo a forme di vita diverse con un impulso alla base che è sempre lo stesso e a noi misterioso chiamato impulso vitale o vita che finora nessuno ha potuto creare a partire da elementi ‘morti’.
    Mi meraviglia e mi colpisce una madre tricheco col suo piccolo fra le pinne per tenerlo a galla e farlo respirare
    Mi meraviglia un branco di elefanti nel deserto che trova l’acqua perché sente il rumore di questa che scorre sotto terra
    Mi meraviglia il cane che anche quando cambiamo orario ce lo troviamo lì davanti alla porta che ci aspetta come se lo sapesse
    Mi meraviglio dinanzi alla natura e alla sua saggezza
    O,come dice ketty,gli animali capiscono perfettamente il nostro linguaggio, noi il loro no o almeno non sempre
    Non credo che ci sia molto da imparare dallo studio della coscienza umana inquanto ogni coscienza come ogni individuo è ancora in essere e dunque non ancora arrivata alla perfezione ultima a meno che non si tratti di un maestro di saggezza arrivato al traguardo ultimo ma che ovviamente non si metterà in mostra come di solito fa un filosofo
    Penso che dobbiamo parlare meno e osservare di più con stupore, con umiltà e con amore il mondo che ci circonda, vivere semplicemente provocando il minor scompiglio possibile e capire finalmente che siamo ospiti di passaggio anche noi su questa terra.

  3. Antonella Garofalo

    Cara Cecilia, i filosofi non filosofeggiano per mettersi in mostra, ma piuttosto perche sono portati alla riflessione e non alla contemplazione. Ci sono menti analitiche che si avvalgono delle loro riflessioni perche’ hanno bisogno di motivazioni intellettualmente valide. La tua ultima frase mi fa pensare che sei credente, e immagino saprai che perfino sull’esistenza di Dio sono stati spesi fiumi d’inchiostro. Quando si crede in qualcosa, vale la pena cercare di farsene un’idea precisa, ovviamente nell’ambito delle nostre capacita di esseri umani.

  4. Bruno Garofalo

    Cecilia,se dobbiamo parlare di meno, questa massima non sembrerebbe applicarsi a te ! Perche’ ti abbandoni a un chiacchiericcio privo di supporto argomentativo. Scrivi “Non credo che ci sia molto da imparare dallo studio della coscienza umana in-quanto ogni coscienza come ogni individuo è ancora in essere e dunque non ancora arrivata alla perfezione ultima a meno che non si tratti di un maestro di saggezza arrivato al traguardo ultimo…” Sembri credere in qualche dottrina esoterica che include la metempsicosi, il rinascere per perfezionarci. Tanti auguri per la tua prossima esistenza dove probabilmente starai piu’ zitta! In quanto al “…Non credo che ci sia molto da imparare dallo studio della coscienza umana …” prova a dirlo non solo ai filosofi ma anche ai neurologhi, ai biologhi, agli psichiatri, ai cibernetici che si occupano di intelligenza artificiale, agli psicologhi, infatti questa gente perde un sacco di tempo e denaro per ricerche stupide visto che” la coscienza e’ ancora in essere”…

  5. bruno garofalo

    perche’ non si puo’ piu scrivere qui ?

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