Rimodellare l’industria alimentare: una riflessione su biogas, allevamenti intensivi e altri (eco)

Neanche un mese fa, stessa dinamica, a Mozzanica, a pochi km dal luogo del “misfatto” accaduto in questi giorni. Lo sversamento, dovuto a un guasto o a un errore umano come ha poi decretato la polizia, è partito da delle vasche di contenimento di liquame dell’azienda agricola Pizzocchero.

Uno sversamento di liquami zootecnici, derivanti da un’azienda agricola, a Caravaggio ha invaso le rogge della campagna cremasca causando un incredibile danno all’ecosistema. Il bilancio? Fauna e flora fluviale compromessa, migliaia di pesci morti e acque inutilizzabili. Già il secondo episodio nella zona, e qualcuno parla di sabotaggio. Un disastro evitabile? Sì, forse. Con i metodi dell’agricoltura biologica senza deiezioni animali, della permacoltura, dove gli animali (e le loro deiezioni) non sono un problema perchè si produce cibo vegetale.

È accaduto tutto in poche ore. I liquami animali, derivati da allevamenti intensivi, stoccati in una vasca di raccolta e stoccaggio per ricavarne biogas, sono fuoriusciti per cause ancora sconosciute. Così la schiuma, l’acqua nera dall’odore nauseabondo, dal paese di nascita di Michelangelo Merisi (che da qui ha appunto preso il nome per cui è da sempre conosciuto), con ben poca grazia ed arte, è arrivata a Crema e ha raggiunto le varie diramazioni del Serio. Il comune, insieme all’assessore all’ambiente Matteo Gramignoli, è intervenuto insieme alla Protezione Civile per cercare di arginare il danno. Sono state installate delle barriere antischiuma nei corsi d’acqua. Il sindaco, Stefania Bonaldi, ammette che l’intervento sia tardivo e probabilmente inefficace, ea quanto pare, anche l’Arpa ha realizzato un intervento a sostegno insufficiente.

Allertati dallo spettacolo infernale, i cittadini hanno allertato le forze dell’ordine; più tardi le indagini hanno poi individuato l’origine dello sversamento: l’azienda agricola dei fratelli Parapini nei dintorni di Caravaggio. Nonostante le operazioni di pompaggio ad opera dell’Arpa, l’ecosistema risulta comunque irrimediabilmente compromesso. I titolari dell’azienda parlano di manomissione, forse un atto vandalico o intimidatorio, su cui al momento indagano le forze dell’ordine.

Neanche un mese fa, stessa dinamica, a Mozzanica, a pochi km dal luogo del “misfatto” accaduto in questi giorni. Lo sversamento, dovuto a un guasto o a un errore umano come ha poi decretato la polizia, è partito da delle vasche di contenimento di liquame dell’azienda agricola Pizzocchero. L’Arpa in questo caso ha redatto un verbale per reato ambientale: innumerevoli i pesci morti, senza contare tutti quegli animali che sono collegati ad essi nell’ecosistema acquatico, come uccelli, tra cui anatre, cigni, gru; mammiferi, come le nutrie, e anfibi.

Se ci soffermiamo a parlare di questo episodio di cronaca locale non è solo per dare peso a un ennesimo disastro ambientale, di cui le cause, anche se ancora da chiarirsi, sono sempre e comunque umane, ma soprattutto per mettere in luce una grossa contraddizione: l’agricoltura, se utilizza il letame da animali di allevamenti intensivi, può essere davvero naturale e magari biologica come si vuole far credere? E il biogas ricavato dagli scarti dell’implacabile industria dello sfruttamento animale, può essere davvero considerato “bio”? Se è vero che il biogas è stato inventato per far rientrare il problema delle deiezioni (e il problema della C02 prodotta da essi che tanto allarma per il riscaldamento globale) all’interno di un’economia circolare, qualcosa sfugge quantomeno alla pretesa di “sostenibilità”. Secondo gli studi che sostengono l’uso del biogas, una vacca da latte produce circa 2800 kg di CO2  all’anno – pari alle emissioni di anidride carbonica di un’auto di media cilindrata che viaggi per 20000 km, mentre nel caso in cui il letame, invece, venga processato e l’impianto sia autosufficiente dal punto di vista energetico (cioè il caso in cui l’energia prodotta dal biogas venga usata in toto all’interno dell’allevamento o dell’industria stessa) le emissioni rispettive si abbassano di quasi 10 volte arrivando a valori di circa 300 kg di CO2 per anno e per singola unità di allevamento. La domanda che sorge però è: se per creare energia da un rifiuto naturale, ma altamente inquinante (anche per via dell’enorme quantità di ormoni, medicinali ed antibiotici che gli animali sono costretti a sorbire), come le deiezioni animali, si può rischiare di avvelenare flora e fauna di un intero ecosistema fluviale, è davvero così “naturale”? Senza contare tutte le implicazioni etiche sul benessere e il diritto alla vita degli animali che sono chiusi negli allevamenti, ovviamente. Certamente, l’industria zootecnica cerca di trovare rimedi almeno al problema dell’ingente C02 prodotta dagli allevamenti e non mettiamo in dubbio che ci sia una dose di buona volontà nel perseguire il bene del pianeta (oltre che una buona giustificazione ecologica degli stessi). Ma forse, anzi, ne siamo certi, il problema sta a monte.

Per questo vogliamo parlare di soluzioni possibili e vi invitiamo Sabato 14 al Vegan Fest a Lucca alle ore 14.30: Carolina Bertolaso, Corporate Campaigns Manager di Animal Equality, associazione che lavora da oltre un decennio a livello internazionale per ridurre al minimo la sofferenza degli animali allevati per scopo alimentare, parlerà di “Efficienza e strategia: svelare e rimodellare l’industria alimentare.”

Scopri il programma dell’evento e tutti i professionisti dello sport che parteciperanno al sito www.veganfest.it/programma

 

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fonte: www.promiseland.it

 

 

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