25 Aprile: a quando una “liberazione” di tutte le specie?

Una riflessione antispecista a partire dalle istanze antifasciste che coinvolgono i festeggiamenti del 25 Aprile: appunti per una liberazione interspecie, interclasse, universale.

Liberi di, liberi da…ma liberi chi?

Il 25 Aprile riveste nell’identità della nostra nazione un ruolo fortunatamente ancora molto importante: si tratta di una data simbolica in cui si concentra l’attenzione su un passato di intolleranza, violenza e sopraffazione che spesso sembra pericolosamente riaffiorare. Per molte persone, e di sicuro possiamo annoverare un buon numero tra chi decide di avere uno stile di vita non violento nei confronti di animali ed ambiente, il 25 aprile è tutto l’anno, e il rifiuto alla violenza, alla sopraffazione, al razzismo è categorico. Per altri il 25 aprile è una data a cui si fa riferimento soprattutto per le tante cene e pranzi sociali, a sostegno di cause sociali e politiche di vario tipo. Immancabilmente, nel 95% dei casi, il menù delle suddette iniziative ha sempre come “protagonisti” animali e loro derivati cucinati in modo tradizionale, come se per ricordarci di lottare contro il fascismo dovessimo dimenticarci della quotidiana violenza che si opera contro gli altri esseri senzienti.

Mi è spesso capitato, nella mia vita di attivista per i diritti animali ED umani, di trovarmi in situazioni in cui si parlava di pace, non violenza, rispetto, cooperazione e tolleranza davanti a una tavola imbandita di salumi, formaggi, ragù e via dicendo. Quando mi è stato possibile ho cercato di far notare come sia inconcepibile, sia dal punto di vista concettuale sia dal punto di vista razionale rispetto all’ambiente sostenere la libertà delle persone e contemporaneamente consumare vivande a base di esseri nati e cresciuti in gabbie. Inutile dire come in questi ambiti è molto facile tacciare di “radical chic” (che poi, mi chiedo, cosa vorrà davvero dire?) chi propone un pasto sociale vegano, e far nascere una polemica che tecnicamente non dovrebbe nemmeno esistere. Ma c’è di più: chi si professa antifascista e celebra la lotta al nazismo della Resistenza mangiando cibi animali, non è molto meglio dei fascisti e nazisti da cui vuole distanziarsi.

Un’eterna Treblinka

Diversi autori di cultura ebraica, come Isaac Singer, Coetzee e Charles Patterson in Un’eterna Treblinka hanno dato l’illuminante (e considerata da alcuni controversa) definizione di “olocausto animale“. Patterson, in Un’eterna Treblinka scrive “Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno”. Dopo l’Olocausto il problema della memoria è diventato un mantra: non dimenticare, per nessun motivo. Ma siamo davvero sicuri di non aver dimenticato? Nei confronti degli animali tutti sono come nazisti: tutte le nazioni, supportate da un’idea di sopraffazione del più forte nei confronti di chi è più debole e senza la parola: gli animali. Ecco spiegato come la radice culturale di razzismo e nazismo siano di base entrambe poggianti sulla prerogativa che li sostiene: lo specismo.

Primo Levi, scampato al campo di Auschwitz, nell’opera I sommersi e i salvati, parla di chi in un certo modo era corresponsabile, di chi voleva non vedere quello che succedeva vicino alla sua abitazione dove avvenivano lavori forzati o arresti, o di come alcuni cittadini tedeschi andassero a fornirsi di capi di vestiario e calzature a poco prezzo, requisite ai prigionieri, dai magazzini collegati ai campi di sterminio. Allo stesso modo, ogni volta che entrando in un supermercato stracolmo di ogni genere di alimenti derivati dalla sofferenza animale, nonostante che molte sono state le inchieste sugli allevamenti finite in televisione o che sono assolutamente accessibili ovunque, qualcuno continui a metterli nel carrello, non può che essere considerato corresponsabile della gigantesca macchina del dolore che vi sta dietro. Come quegli uomini che mentre il Reich perpetrava i più orrendi massacri, facevano finta di non sapere. 

Tra hippie e nullafacenti: costruzione di uno stereotipo

Una ragione plausibile del rifiuto categorico di alcune parti della società, seppur molto attive sul fronte dei diritti umani, va cercata anche nell’immaginario collettivo in cui già dagli anni ’60-’70-’80 i primi vegetariani e vegani venivano accorpati ai movimenti hippie e macrobiotici (a volte ne erano parte ma spesso le cose non erano coincidenti): giovani e meno giovani di buona famiglia che possono permettersi di mangiare l’insalata bio pagata quasi come una bistecca perchè non hanno nulla da fare a parte andare in giro a predicare amore fratellanza e rispetto per gli animali, mentre l’operaio che si guadagna il pane con il sudore della fronte “si merita” di mangiare un prodotto animale. Uno stereotipo tossico e pericoloso, che però tuttora è propinato da ancora molti media, comici e perfino da politici.    Si potrebbero citare molti esempi nel cinema, uno dei quali è il famoso Un Sacco Bello di Carlo Verdone nel 1980, per poi arrivare a molti esempi di questi anni, come Ogni cosa è illuminata dove il protagonista americano ricco e pieno di ossessioni viene contrapposto al pragmatismo popolare della guida locale che si ingozza di carne: nonostante i numeri parlino da soli di crescita esponenziale di vegani, è sempre molto in voga, specie per assicurarsi la simpatia del “popolo” denigrare e prendere in giro i vegani. L’attaccamento ai cibi animali di alcune persone, che potremmo identificare con la desueta etichetta di sottoproletariato, è come una forma di resistenza al male della vita “le mie condizioni di vita sono così pessime che l’unica gioia che mi rimane è il cibo, e il cibo animale è saporito!”. C’è come un desiderio di rivalsa: quello che non riesco ad ottenere nella mia vita in campo di diritti civili, lavorativi etc lo voglio “consumare” sotto forma di animali: è l’eterna ruota della violenza che nel suo sistema a catena si riproduce nella società dal grande (stato, multinazionali, datori di lavoro) al piccolo, un circolo impietoso dove la sopraffazione subita si ritorce verso qualcun altro. Una catena alimentare e sociale portata al suo estremo. In poche parole, lo specismo. Oltre a questo, come spesso succede a chi si trova in determinate situazioni spiacevoli (povertà, emergenze abitative etc) è facile concentrarsi e vedere solo il proprio problema, disinteressandosi dell’ambiente o dei diritti animali. La negazione o il disinteresse per certe tematiche (diritti animali, dell’ambiente) è una connivenza in cui molte persone convivono non solo per ignoranza (è difficile nella società odierna non reperire le informazioni necessarie su come vengono prodotti i cibi animali) ma anche per passività, una “fetta di prosciutto” sugli occhi e nel piatto che è più comodo mantenere al suo posto che rimuovere, perchè metterebbe in discussione il nostro presunto centro del mondo, e la nostra presenza come padroni e non coinquilini del pianeta Terra.

La bistecca, feticcio di un progresso che non esiste

Dal dopoguerra in poi, la bistecca, così come tutti i derivati animali sono diventati un simbolo del capitalismo (il neofascismo, come lo definì Pasolini) e del benessere; Roland Barthes negli anni ’60 in Miti d’oggi parlava di carnalità atavica, di violenza e immedesimazione borghese nel fascino che la bistecca aveva sulle masse nel boom economico, a tal punto da diventarne feticcio (e un esempio esplicito di ciò si può trovare ne La grande abbuffata di Marco Ferreri). Nella maggior parte delle opere cinematografiche gli animali vengono mostrati come oggetti, proprio come vengono visti nella società, ma esiste anche una immedesimazione interspecie, e non a caso le persone che vivono in situazioni di completa privazione di diritti nel linguaggio comune si dice “vivono come bestie“. In Sciopero Eijizinstein (1925) alterna immagini di un mattatoio con quelle di operai, sottintendendo il paragone  degli operai a ‘bestie’. Non sono pochi però gli autori che hanno svelato come i cibi animali siano strettamente correlati a una incredibile carica di violenza, interspecie, tra classi sociali e tra uomini in generale. In Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (1989) di Peter Greeneway, c’è una vera e propria esaltazione della carne come simbolo dell’efferatezza del protagonista, criminale e violento contro la moglie e le persone in generale, che si conclude con l’atto cannibale. Emblematico di come sia trasversale la linea dello specismo, che attraversa la violenza di genere, la violenza razziale e di classe sociale.

Bisogno di raggiungere gli ideali di benessere dettati da una cultura che ormai abbiamo alle spalle (quella del dopoguerra), rivalsa inconscia (e specista) nei confronti di un innocente, che soffre esattamente come noi, paura di un passato di povertà che se non è prossimo è comunque sentito come un’eredità culturale in cui verdure, legumi e cereali sono cibi poveri, distanza dall’universo “hippie-borghese-radical chic” del vegano perchè ritenuto portatore di uno stile di vita estremamente costoso e non produttivo: queste le ragioni delle “resistenze” al veganesimo di molti di quegli ambienti in cui si parla di Resistenza e libertà con così tanta disinvoltura e con molta riluttanza di veganesimo e liberazione animale. Sembra che sia facile parlare di emancipazione individuale e di classe (sempre che di classi sociali si possa ancora parlare nel 2018) scodellando pasta al ragù e scaloppine di esseri senzienti chiusi in “prigionia” 24-7, 365 giorni l’anno e destinati a soffrire e poi morire per le nostre tavole, a chi dopo 10 ore nella “prigione” della fabbrica si sente sfruttato e oppresso.     

È inutile negare però come negli ultimi 10 anni le cifre in aumento dei vegani hanno riempito ogni genere di categoria sociale, dal primario allo studente, dal pensionato all’operaio, dal musicista alla casalinga e come quella che sembrava da sempre la dieta per chi fa lavori pesanti (a base di carne e prodotti animali) si è dimostrata estremamente nociva alla salute e totalmente rimpiazzabile con una dieta a base di vegetali, come mostrano i sempre più numerosi atleti e bodybuilder nazionali e internazionali che con una dieta vegan riescono a rendere il meglio nelle più svariate e pesanti discipline.

Uno sviluppo insostenibile

Infine, il miraggio del capitalismo, o della globalizzazione, che ha sostituito i valori con le cose: Mac Donald’s è diventato un simbolo di benessere e prosperità, le pubblicità ci bombardano da mattina a sera di prodotti di ogni genere che dobbiamo comprare per “sentirci meglio”. A catene reali si sono sostituite catene invisibili. Lo stile di vita dell’uomo occidentale e di conseguenza il suo modello di sviluppo industriale è diventato un paradigma per le nazioni in via di sviluppo: difficile adesso fermarsi e dire che no, non avevamo ragione. Questo modello si basa sullo sfruttamento di uomini, animali e risorse naturali e dobbiamo tornare indietro. Per questo motivo è così difficile parlare di veganesimo in paesi in via di sviluppo, che vivono a metà tra il ricordo della fame e il sogno occidentale di hamburger e benessere. E sembra così un controsenso tornare a mangiare verdure, cereali, legumi, cibi semplici o talvolta alternative vegetali, che però per motivi di ancora poca diffusione sono di solito più costosi dei corrispettivi animali. Di certo fino ad adesso l’ordine delle cose ha fatto sì che fosse più comodo, più economico mangiare cibi animali, non riciclare, comprare prodotti inquinanti e dannosi per la salute: fortunatamente questa rotta sta cambiando ogni giorno di più, ed essere vegan è sempre più considerato un dovere morale piuttosto che un capriccio o una moda, e fortunatamente il mercato si sta adeguando dando una scelta di prodotti vegan sempre più ampia, disponibile anche nei discount. Questo però non deve diventare una scusa: le ragioni del rifiuto al veganesimo possono essere combattute giorno per giorno, con gentilezza e dialogo, e invitando alla riflessione ogni qual volta si parli di libertà davanti a dei cadaveri cucinati.

Sono dell’idea che per parlare coscientemente di Liberazione e antifascismo (inteso in modo ampio come contro qualsiasi forma di violenza e sopraffazione contro i più deboli, siano essi di cultura o nazionalità differente, di genere o orientamento sessuale diverso e via dicendo) sia necessario ripensare il modo in cui abbiamo sfruttato fino ad adesso gli esseri senzienti e la nostra Terra. Non potremo mai parlare di fine della schiavitù finchè ci sarà un solo sfruttato o schiavo, sia esso umano o animale. Liberazione umana ed animale devono camminare di pari passo, per creare un futuro migliore, di rispetto, empatia e ecosostenibile.

 

 

  1. Grazie per questo articolo
    Il 25 Aprile , non me ne abbia nessuno, ma svegliandomi, ho proprio pensato a questa assurda differenza : noi qui in Italia ci siamo conquistato con dura lotta a tante vite sacrificare la libertà …. ma non siamo tutti d’accordo che sia giunta l’ora ( sempre tardi) di pensare anche anche agli animali , la cui vita è sacrificata per la stupida ed inutile ingordigia di uomini ? Proprio gli stessi che lottano per la libertà ?
    Ma la libertà è un diritto di tutti!
    E soprattutto Chi con dolore e sofferenza l’ha conquistata , dovrebbe essere in prima linea a combattere per quella dei senza voce …

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  2. Brava Joela. Hai scritto cose molto importanti. Il libro di Patterson che hai citato è un caposaldo di questo argomento tanto dibattuto.
    Per alcuni anni sono stata impegnata attivamente nell’A.N.P.I. (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) ricoprendo incarichi ufficiali e ho proposto più volte una riflessione su questo tema. Nessuna risposta. Non hanno fatto neppure lo sforzo di provare a pensare. Rinunciare alla grigliata partigiana, al pranzo resistente, alla porchetta del 25 Aprile è impossibile. Parlano della crudeltà dei nazifascisti ma non vedono quella che hanno nel piatto. Hanno perso credibilità quindi ho lasciato gli incarichi e non ho più rinnovato la tessera.

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  3. Giorgio di Vita 29 aprile 2018, 1:54 pm

    La Liberazione si riferisce a un preciso momento storico. La liberazione delle specie animali (la nostra compresa) non c’entra niente… vedo che il revisionismo delle destre sta gia’ dando i suoi frutti… 😔

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  4. Giorgio di Vita qui la politica c’entra ben poco. Quando si parla di liberazione i riferimenti sono univoci.

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  5. Revisionismo delle destre?… Ma che film stai guardando?
    Difendere i diritti di chi non li vede riconosciuti cosa c’entra con il “revisionismo delle destre” ?

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