Carne da macello: oltre agli animali l’industria della carne fa a pezzi i diritti dei lavoratori

Quando si parla di industria della carne la prima cosa che viene in mente è la sofferenza degli animali, ma c’è un’altra faccia inquietante: lo sfruttamento dei lavoratori che lavorano in situazioni spesso al limite dell’umano. Con la giornata di oggi vogliamo celebrare tutti i lavoratori, anche di quelli che si trovano per circostanze della vita a dover lavorare in questo ambito, sperando che arrivi presto il giorno in cui questo reparto dell’industria possa reinventarsi in modo ecologico e compassionevole, così da essere rispettoso degli animali, dei lavoratori e dell’ambiente.

La carne a basso costo ha dei prezzi nascosti di cui tutti paghiamo le conseguenze: persone, animali e ambiente. Gli impatti dell’allevamento intensivo sono stati indagati in Farmageddon, il libro scritto da Philip Lymbery, CEO di CIWF International, insieme a Isabel Oakeshott, oltre che in vari film documentari quali Earthlings e Cowspiration, e già si parlava dello sfruttamento dei lavoratori messicani nei macelli statunitensi nel film Fast Food Nation. Nel libro, Lymbery smonta l’argomento usato dagli allevatori sostenitori dei sistemi ‘grandi quantità a basso prezzo’: dichiarano di produrre carne a prezzo accessibile per i più disagiati e dipingono l’allevamento intensivo come la chiave dell’uguaglianza sociale. La verità invece è che gli allevamenti intensivi forniscono carne a basso prezzo (e di bassa qualità) nei paesi ricchi ma questo avviene a spese di qualcuno: senza mettersi a parlare di ambiente, animali, qualità dell’acqua o dell’aria salta agli occhi che a fare le spese dello sfruttamento animale sono i lavoratori dell’industria della carne. Un’industria che funziona proprio come un tritacarne: distruggendo diritti dei lavoratori, la vita degli animali e l’ecosistema.

Il caso dell’industria del pollame statunitense

L’organizzazione internazionale non governativa Oxfam per tre anni ha monitorato le principali aziende del settore statunitensi come: Tyson Foods, Pilgrim’s Pride, Perdue e Sanderson, che occupano il 60% del mercato e hanno circa centomila dipendenti. Da queste ricerche è stato stilato un inquietante rapporto mettendo nel mirino delle accuse l’industria del pollame statunitense. Emerge un quadro umiliante: ai capireparto è negato il permesso di andare in bagno, per non rallentare e creare problemi alla linea di produzione, a tal punto che molti dipendenti optano per la soluzione di indossare pannoloni continuando a lavorare. Ma non è solo un’umiliazione: i lavoratori sono esposti a seri rischi di infezioni alle vie urinarie, problemi al retto e all’intestino, oltre che alla prostata, senza contare le problematiche legate alle lavoratrici incinte o durante il ciclo mestruale. Alcuni lavoratori che chiedono una pausa sono stati minacciati di licenziamento. Una testimonianza che può tristemente essere considerata la norma: “durante le 10 ore del suo turno lavorativo, B. Castro lavorava 45 polli al minuto—circa 2.700 polli ogni ora, 27.000 ogni giorno. Alla fine giornata non riusciva più a muovere le mani, le spalle e la sua schiena. L’odore di ammoniaca – utilizzata per il congelamento gli causava terribili mal di testa.” Il National Institute for Occupational Safety and Health ha scoperto che il 76% dei lavoratori nell’industria di trasformazione del pollo presenta gravi rischi neurologici poichè respirano ammoniaca e cloro usato per disinfettare le carcasse, e il 34% accusa i sintomi della sindrome del tunnel carpale, a causa della stessa azione ripetuta.

Deborah Berkowitz, ex funzionaria dell’Occupational Safety and Health Administration (OSHA), ad oggi al National Employment Law Project, ha spiegato che “i lavoratori del settore avicolo sono tra i più vulnerabili degli Stati Uniti, perché sono in maggioranza appartenenti a minoranze, immigrati o rifugiati accolti di recente. Di conseguenza, le aziende del pollame si permettono pratiche scorrette legalmente discutibili, sapendo di poter farla franca, dato che questi lavoratori hanno troppo timore per poter parlare”. Le aziende di pollame oggetto dell’inchiesta, dal canto loro, hanno reagito alla diffusione del rapporto cercando di difendersi alla meglio. Tyson Food ha dichiarato che la responsabilità sia da imputare ai capi squadra che negano ai dipendenti il permesso di andare in bagno. Perdue, invece, che si tratta di dichiarazioni false, mentre Pilgrim’s Pride ha promesso che farà indagini interne per chiarire se questo avvenga veramente nei suoi stabilimenti.

“Carne Fraca” in Brasile

In Brasile infiamma lo scandalo “Carne Fraca” (carne debole in portoghese): le principali aziende del settore della macellazione delle carni messe sotto osservazione negli ultimi due anni, hanno rivelato un intreccio di corruzione, attività criminali per la salute dell’uomo e il duro sfruttamento della forza lavoro. Nel 2014 sono avvenuti nel comparto macellazione dei bovini 4867 incidenti sul lavoro, di cui moltissimi mortali. In questi quattro anni l’azienda ha reso 7822 lavoratori disabili e le cifre degli incidenti sono rimaste simili.

Anche in Italia: il caso del Modenese

Non serve un grande approfondimento per rendersi conto che l’industria della carne è un comparto esposto a moderne forme di schiavitù, la stessa schiavitù perpetrata sui non umani di cui si occupa. Non serve nemmeno andare molto lontano: in Italia, ad esempio, nel Modenese, a Castelnuovo Rangone, da mesi è in corso una campagna contro lo sfruttamento dei lavoratori in appalto del distretto carni. Il comparto modenese è uno dei più produttivi dell’economia agroalimentare italiana, con un fatturato da 3 miliardi l’anno. I lavoratori in questa zona sono 5mila, 1.200 nella condizione di lavoratori in appalto, che subiscono una sorta di nuovo caporalato: non dipendono più dalle aziende dove lavorano, ma sono messi a disposizione da cooperative che nascono e falliscono per poi riformarsi sotto altro nome, licenziando e riassumendo i lavoratori. Come in un tritacarne, con la differenza che al suo interno vengono distrutti i diritti dei lavoratori. Il lavoro è massacrante, realizzato al 100% da stranieri, gli unici disposti a sottoporsi a ritmi e modalità di uno dei mestieri più duri (in senso fisico ma anche morale, perchè nessuna persona sana di mente anéla a sezionare animali morti per 10 ore al giorno per vocazione): la macellazione e il sezionamento delle carcasse. Si può parlare di veri e propri moderni “schiavi della carne”.

Il cotechino natalizio che è stato consumato su molte tavole (purtroppo) quest’ultimo Natale è stato realizzato attraverso appalti illegali, contratti irregolari e giornate lavorative di 13 ore. Salumi, cotechini, zamponi: la presunta eccellenza italiana con tanto di bollini consorzi Igp nasconde storie di diritti negati, orari di lavoro massacranti, cooperative di facciata, licenziamenti di massa e sfruttamento della manodopera. «Regna una diffusa illegalità e un sistema di evasione fiscale e contributiva che riguarda tutto il settore» spiega Umberto Franciosi, segretario generale della Flai Cgil Emilia Romagna. Le cooperative che lavorano nel comparto lo sono solo di nome, e infatti i sindacati le definiscono “spurie”, cioè false. In questo modo aggirano tutti gli istituti contrattuali dovuti per legge, come la determinazione dell’orario di lavoro, il pagamento della malattia e infortunio, la flessibilità degli orari, i preavvisi. Tramite finte assemblee, le cooperative riescono ad andare sotto i minimi contributivi, a dichiarare false crisi e poi a chiudere. Molti lavoratori vengono assunti con finti contratti part-time, che invece nascondono nella realtà dei fatti turni di anche oltre 12 ore, senza pause garantite. I lavoratori, nella stragrande maggioranza immigrati, reclutati con il passaparola tra gli stessi operai tra  parenti ed amici sono vera e propria “carne da macello” in senso lavorativo: viene preso chiunque, basta la disponibilità a lavorare anche su lunghi turni. Così si assiste all’espansione di  malattie professionali, come gravi problemi al polso e alla spalla, derivati dalla mancanza di formazione del personale, spesso riconosciute come tali perché nel contratto sono indicate meno ore di quante previste dall’Inail in questi casi, quando in realtà la maggior parte dei lavoratori ha una media di 250 ore al mese!

Ma c’è di più: la Castelfrigo, una delle aziende del modenese, ha annunciato il licenziamento dei 127 lavoratori che hanno “osato” denunciare lo sfruttamento e la violazione dei propri diritti all’interno dell’ambiente di lavoro. I lavoratori si sono organizzati in un presidio permanente davanti all’azienda, con manifestazioni pubbliche e uno sciopero della fame. Sempre Umberto Franciosi ha aggiunto “Ci tengo a precisare che la Castelfrigo e Modena non è un caso isolato, sono solo la punta di un icerberg che riguarda tutto il distretto, ma anche altre parti d’Italia. Si può dire che tutto il settore della carne, dall’allevamento alla macellazione a tutta la trasformazione è in Italia uno dei settori a maggiore rischio di violazione dei diritti dei lavoratori”.

Casi che confermano, uno dopo l’altro, ancora una volta che l’industria della carne produce un cibo ingiusto e dannoso non solo per gli animali e l’ambiente, ma anche per gli umani che ci lavorano.

 

 

 

 

  1. Vittime e carnefici… Tutti comunque oppressi da un sistema ingiusto e insostenibile.

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