Giornata Mondiale del Rifugiato: tra guerre, disastri ambientali e desertificazione, siamo tutti corresponsabili

La retorica governativa e di alcuni partiti sembra aver trovato, come unica causa di ogni male che avvelena il nostro paese, l’afflusso continuo di migranti e richiedenti asilo. Tanti, troppi italiani, e sempre più politici, continuano con il mantra “Io non ci credo che tutti scappano dalla guerra…”. Al di là di come sia possibile intavolare un discorso di un tale livello di cinismo quando è in gioco la vita di esseri viventi (e chi sceglie uno stile di vita non violento e compassionevole questa sensibilità dovrebbe averla), quali sono i motivi per cui queste persone sono capaci di prendere il mare e lasciare ogni ricordo, pur di toccare le sponde dell’Europa? Purtroppo in molti casi le cause ambientali della fuga di milioni di persone sono drammatiche quanto quelle per via di conflitti. Ma a livello legale purtroppo sono ancora solo “migranti economici”, e non riconosciuti come “rifugiati climatici” .

Perseguitati climatici

Nel 2016 sono stati 31,8 milioni gli sfollati, di questi 23,5 milioni dovuti alle conseguenze di eventi climatici estremi: i cosiddetti “rifugiati climatici“. In regioni quali l’Africa subsahariana e l’Asia del Sud, i cambiamenti climatici potrebbero costringere più di 100 milioni di persone a condizioni di povertà estrema entro il 2030. L’approvvigionamento di acqua e cibo, nella lotta alla desertificazione di queste aree, sta già alimentando conflitti armati, che potrebbero trasformarsi presto in veri e propri focolai di guerre. Secondo le stime della Convenzione sulla lotta contro la desertificazione, a causa di questo fenomeno, 135 milioni di persone potrebbero vedersi costrette a lasciare la propria terra a causa dei cambiamenti climatici entro il 2045.

La Convenzione di Ginevra del 1951 concede lo status di rifugiato solamente a chi è perseguitato per razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un gruppo sociale o per le proprie opinioni politiche. Dell’ambiente e delle conseguenze del clima, purtroppo, per adesso non c’è traccia. Il Parlamento europeo nel gennaio di quest’anno, oltre ad auspicare il riconoscimento giuridico di uno status di protezione per i migranti climatici, sottolineava come il riscaldamento globale acuisca le disparità di genere nel mondo. Il riconoscimento legale della tutela degli sfollati per cause climatiche avrebbe una ripercussione enorme: indurre gli Stati alle responsabilità ambientali e sociali derivanti dalle loro scelte in materia di sviluppo, industria e modello energetico.

Ovunque nel mondo le donne più colpite dalle migrazioni e dalla povertà indotte dal clima rispetto agli uomini, poichè nei Paesi in via di sviluppo, tradizionalmente legate al lavoro agricolo e alla trasformazione alimentare, attività su cui i cambiamenti climatici hanno un impatto incredibilmente negativo. Nel settore agricolo africano, ad esempio, le donne producono oltre il 90% dei prodotti alimentari di base, pur possedendo solo l’1% delle terre arabili. L’Onu ha calcolato che il 70% degli 1,3 miliardi di persone che vivono in povertà nel mondo è costituito da donne.

Le alluvioni avevano costretto la sua famiglia a vendere la terra, unica fonte di reddito. Da qui il lungo e disperato viaggio fino alla Libia ed infine all’Italia, in cerca di una vita dignitosa, di Milton, un cittadino bengalese nato e vissuto a Dacca. La sua richiesta di asilo è stata rigettata in prima istanza, ma il Tribunale de L’Aquila, gli ha riconosciuto la protezione umanitaria per motivi ambientali. La sua è una delle tante, tantissime storie di migranti ambientali, ma la stragrande maggioranza di esse finisce con respingimenti e richieste di asilo respinte, perchè, come abbiamo visto prima, la convenzione di Ginevra non ha ancora inserito le conseguenze del clima come ragione per l’acquisizione dello status di rifugiato.

Povertà e cambiamenti climatici

Secondo il rapporto della Banca Mondiale “Turn Down the Heat: Climate Extremes, Regional Impacts, and the case for resilience”, entro il 2070, circa 1,5 milioni di persone in Bangladesh subiranno le conseguenze delle inondazioni. Il legame tra povertà e cambiamenti climatici è alla base della migrazione di milioni di persone ogni anno, ma la convenzione del 1951 sullo status dei rifugiati non contempla ancora la categoria dei “rifugiati climatici”. Sempre secondo questo studio della Banca Mondiale, gli effetti del cambiamento climatico nelle regioni più densamente popolate del pianeta, l’Africa subsahariana, l’Asia meridionale e l’America Latina (che insieme rappresentano il 55% dell’intera popolazione dei Paesi in via di sviluppo) causeranno migrazioni interne di 143 milioni di persone entro il 2050. Il riscaldamento globale in atto provocherà inoltre l’ innalzamento del livello del mare: quindi mareggiate e tsunami sempre più frequenti e violenti. Il flusso migratorio interno potrebbe arrivare a 86 milioni di persone in Africa40 milioni in Asia del Sud17 milioni in America Latina. Lo studio, inoltre, si è soffermato su tre paesi “campione”: Etiopia, Bangladesh, Messico.

Queste migrazioni interne, se le previsioni dello studio della Banca Mondiale divenissero realtà, porterebbero a conseguenze gravissime: aumentando le disuguaglianze per l’approvvigionamento delle risorse per la sopravvivenza, potrebbero verificarsi rovesciamenti politici, sollevazioni popolari e conflitti armati.

Il caso Siria: la cruenta danza tra guerra e clima

Tra il 2007 e il 2010, un’ondata di siccità senza precedenti si abbatté sulla Siria. Poco tempo dopo, nel marzo 2011, iniziava una lunga, cruenta guerra civile. A conflitto ancora in corso, ad oggi si contano oltre 300mila morti e milioni di sfollati: 6,6 milioni i migranti interni e 4,8 coloro fuggiti in Turchia, Libano, Giordania, Egitto e Iraq(fonte UNHCR).

Possiamo dire che esiste un legame tra siccità, mutamento climatico e guerra? Studi di un team internazionale di climatologi, sociologici e analisti politici suggeriscono di sì. Nel 2010, i rifugiati iracheni e i migranti interni (gli internally displaced persons, IPD) rappresentavano già il 20% della sovrapopolazione urbana in Siria. Se la popolazione del paese nel 2002 era di 8,9 milioni, alla fine del 2010 aveva raggiungo i 13,8 milioni, aumentando del 50% in soli 8 anni, e creando il cosiddetto “shock della popolazione” (population shock) nelle aree urbane, che hanno aumentato esponenzialmente il fabbisogno di risorse, già messe in ginocchio dalla siccità. Insediamenti illegali, sovraffollamento, disuguaglianza crescente, infrastrutture povere, disoccupazione e criminalità,trascurate dal governo, oltre che la carenza di cibo ed acqua a causa della siccità, sono diventati il motore dei disordini. La volontà, inoltre, delle potenze estere di poter mettere sotto controllo le risorse petrolifere del paese, ha fatto il resto, partendo da questa “miccia“: un paese messo in croce da 1 milione e 500mila migranti provenienti dalle aree rurali, spinti alla fuga dalla siccità, dall’aumento della temperatura media, dal crollo di circa 1/3 della produzione agricola e dal diffondersi rapidissimo di epidemie.

Questo è un ragionamento che possiamo applicare a tanti dei conflitti armati, dichiarati o sotto forma di “guerriglia” che si svolgono in gran parte del nostro pianeta, e costituiscono un modello per ciò che potrebbe accadere in un futuro pericolosamente vicino.

In un libro non troppo difficile ma scientificamente accurato, An Inconvenient Truth, Al Gore, supportato dalle teorie dei più influenti climatologi ed ecologi, aveva mostrato come il riscaldamento globale fosse collegato intrinsecamente alle catastrofi naturali, come uragani, terremoti, alluvioni e frane. Ai migranti climatici, che fuggono a casa della siccità e della desertificazione, si aggiungono milioni di sfollati costretti a fuggire da disastri ambientali.

Bambini migranti in gabbie di detenzione temporanea, frontiera USA-Messico

Hanno scosso gli animi in questi giorni le immagini scioccanti di migranti allo stremo delle forze sulla nave Aquarius commentate a suon di “Affondateli!”, così come quelle dei bambini, migranti dal confine messicano, separati dai propri genitori per giorni, a volte settimane in gabbie, e costretti ad indossare numeri identificativi che ricordano con una inquietantissima somiglianza qualcosa che avevamo già visto in un passato non troppo lontano, nel fascismo e nel nazismo.

Non possiamo sottrarci dallo sdegno, soprattutto se si pensa come l’America di Trump non ha mai fatto mistero dello sfruttamento delle risorse messicane, a partire dall’acqua e il petrolio, per finire con i deliziosi avocadi tanto amati dagli influencer vegani su Instagram, pagati pochi centesimi agli agricoltori locali, monocoltura intensiva in mano di aziende americane che causa deforestazione, sfruttamento idrico insostenibile e danneggia la biodiversità.

La responsabilità di questa cosiddetta “invasione” è quindi da cercare nei governi e nelle loro politiche di sfruttamento generalizzato delle risorse di molti paesi del Terzo Mondo (monocolture sconfinate delle multinazionali di caffè, banane, palma, etc.; sfruttamento minerario del suolo, apertura di filiali di produzione di aziende occidentali per risparmiare sulla manodopera e industrializzazione aggressiva e senza criteri di sostenibilità) oltre che nello stile di vita di ognuno di noi. Fa male pensarlo, ma ogni volta che cambiamo il telefono cellulare perché il modello è diventato desueto, che compriamo nuovi abiti magari in poliestere da una catena di fast fashion prodotta in Bangladesh o in Tunisia, che utilizziamo i condizionatori d’aria e l’auto senza criterio, e sì, ogni volta che mangiamo carne, siamo parte del problema. Il riscaldamento globale, nonostante molti politici si affannino a sminuire o negare, è reale, e possiamo fare qualcosa ogni giorno, se non per risanarlo, almeno per abbassare il nostro impatto sull’ambiente.

Sommersi dai rifiuti e senza acqua potabile in Bangladesh.

Utilizzare mezzi pubblici, usare l’aria condizionata con criterio, adottare una dieta vegan e a km0 possono fare la differenza. Forse anche per una persona che come noi sta cercando di sopravvivere a migliaia di km da qui.

 

  1. Articolo profondo, pieno di riflessioni e verità che spesso nessuno vuole ascoltare! “A casa loro”… peccato che a casa loro abbiamo sfruttato, uccido, depredato, rubato fino a che abbiamo avuto modo e gli abbiamo lasciati con le briciole! Sono contento che una testata come Promiseland stia prendendo posizioni in un momento così buio della nostra storia. Ancora avanti, bravissimi!

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  2. Chi ha la fortuna di nascere altrove e non i questi luoghi , in tutti quelli depredati dai potenti , in quelli dove il “ Credo” è motivo di guerra , sicuramente fatica ad immedesimarsi nelle condizioni di questi popoli.
    Spesso lo stato in cui di trovano è anche loro responsabilità. Specialmente se si parla di “ Credo” senza se e senza ma. Le guerre di religione sono davvero assurde orami ed impensabili. Ma molto spesso si tratta anche di aree del Pianere sfruttate dai potenti che le depauperano delle ricchezze naturali e “ rendono ancora oggi schiavi della povertà “ i nativi che solo perché più deboli , sono condannati a morire di inedia , sete e fame
    Dovremmo essere tutti un poi meno miopi e sicuramente attenti alle nostre scelte
    A criticare si fa sempre presso a fare scelte importanti che potrebbero aiutare tutti ci vuole cuore
    La scelta vegan aiuta tutti : loro e noi
    Cosa aspetta il resto del mondo a fare il passo?
    L’egoismo e l’ignoranza spesso “ non
    hanno confini “

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  3. Tutti i santi giorni sento e vedo le solite critiche razziste: sui social network, sull’autobus, nei bar…forse la gente si è dimenticata che fino a pochi anni fa ci andavamo pure noi coi barconi in America? Che eravamo conosciuti per essere “sporchi, maneschi, dediti al malaffare, pigri e cattivi lavoratori” (da un rapporto della capitaneria di porto di New York)? Che abbiamo esportato la Mafia trenta volte più di quanto abbiamo esportato vino, pizza e pomodoro? Ringrazio ogni giorno Dio o chi per lui di essere nato dalla parte “giusta” del Mediterraneo e di non dover scappare per salvare la pelle. Ogni comportamento che abbiamo qui in Occidente determina cambiamenti, a volte enormi sfruttamenti nel Sud del mondo. Per questo compro solo equosolidale, non uso la macchina, non compro prodotti di multinazionali, ho smesso di bere latte e mangiare carne, e evito accuratamente ogni prodotto con olio di palma.

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