Giornata Internazionale della Pace: lo “sporco” legame tra guerra, distruzione dell’ambiente e specismo

Nel giorno di oggi, in cui si celebra la Giornata Internazionale della Pace, mostriamo come le guerre, la vendita di armi, la violenza verso uomini e animali, la distruzione dell’ ambiente e lo specismo siano collegati da uno “sporco” fil rouge: rosso sangue.

Spesso nell’analisi dei conflitti non si tiene mai conto del fatto che, oltre ad essere una catastrofe umana ed economica, sono anche un disastro ecologico. Basti pensare agli animali, alle piante e ai boschi distrutti, ai corsi d’acqua e all’aria inquinati, alla terra avvelenata. Molto spesso il termine “pacifismo” non viene molto usato se non omesso dai tanti attivisti per gli animali e l’ambiente, quando invece si tratta di un passaggio fondamentale: rendersi conto di come il commercio e la diffusione di armi, la perpetrazione della violenza su esseri umani e su animali, come sull’ambiente e lo specismo siano completamente interconnessi è un passaggio fondamentale per il nostro cammino di coscienza.

Le conseguenze dei conflitti su ambiente e animali possono essere dirette (come quelle provocate dalla distruzione degli ecosistemi da parte degli eserciti), oppure indirette (quali quelle causate dallo spostamento di enormi masse di rifugiati: deforestazione, aumento del bracconaggio, distruzione degli habitat, inquinamento delle acque e del suolo, riduzione dei fondi per la conservazione ambientale, danni alle biodiversità). Possiamo dire quindi che la fine delle guerre e la transizione verso una civiltà del disarmo, della non violenza e della pace è di per sè una lotta completamente antispecista, animalista e vegana. E coloro i quali non si sentano di aderire a questa visione, forse dovrebbero  ripensare alla propria coscienza e a cosa vuole dire “vegan”, e riconsiderare la propria identità, alla luce di questi ragionamenti.

Le guerre inoltre, sono sempre il primo passo verso l’espansione di un territorio, e quindi lo sfruttamento di esso: che si tratti di giacimenti petroliferi, di gas, di foreste o sbocchi sul mare l’intento della guerra è sempre e solo quello del controllo di maggiori porzioni di terra, per il successivo sfruttamento di essa.

Da molto tempo la guerra è sintomo di distruzione dell’ambiente: basti pensare alla vecchia tecnica di popolazioni barbare (e non solo), la cosiddetta tattica della “terra bruciata”: si incendiavano foreste e campi per evitare che il nemico potesse avanzare. Senza andare troppo indietro nel tempo durante la prima guerra mondiale furono usate mine sotterranee, che avvelenarono le falde acquifere. Nel 17 marzo 1943 gli aerei del 617º squadron della Raf attaccarono le dighe di Mohne, Eder e Soerpe, che facevano parte del sistema delle centrali idroelettriche che alimentavano le industrie del bacino della Ruhr. È inutile contare le morti della fauna acquatica, per la contaminazione dell’acqua e via dicendo.

Purtroppo possiamo dire che gli effetti dei conflitti armati sull’ambiente sono iniziati a crescere in modo esponenziale a partire degli anni Sessanta. Da quel momento le armi sono bombe che si diffondono nell’aria e nell’acqua e hanno effetti sulla salute e sull’ambiente che non conosciamo bene e che sono destinati a durare nel tempo. Vogliamo solo fare un esempio emblematico: l’agente Orange, erbicida e defoliante micidiale utilizzato dalle forze americane in Vietnam per penetrare le zone impenetrabili della giungla. Gli effetti sull’uomo sono purtroppo ben noti a tutti: neoplasie e teratogenesi che toccò circa 4 milioni di persone che ne vennero a contatto e che ancora affligge alcune popolazioni che ne sono state particolarmente a contatto. Anche gli altri agenti defolianti blu, bianco e rosso furono gettati contro i campi coltivati, con l’intento di affamare la popolazione vietnamita: inutile pensare alle terribili conseguenze sulla salute delle persone che ancora riscontrano a distanza di anni alti livelli di tossicità per via dell’avvelenamento del terreno.

Iconica fotografia di Nick Ut dell’Associated Press sull’agent Orange in Vietnam

Le stime parlano di solo 6000 kmq di foreste e 900 di campi coltivati avvelenati solo nel 1967. Alla fine del conflitto circa 325000 ettari di superficie furono distrutti, e ovviamente gli ecosistemi delle foreste e la biodiversità in essi contenuta. Basti pensare che ampi tratti del delta del Mekong, un tempo famoso per la sua terra fertile, furono trasformati in pianure fangose e desertiche.

Durante la guerra Iran-Iraq l’azione distruttiva dell’uomo ha rovinato irrimediabilmente le foreste di palme da datteri: pare che il numero di palme produttive sia passato da 16 milioni a meno di 3 milioni. Mentre durante la prima guerra del Golfo, nel 1991, più di 700 milioni di litri di petrolio si sono riversati nel Golfo Persico, con conseguenze inimmaginabili per la fauna ittica e per la qualità dell’acqua. Oltre 300 km di costa del Kuwait e dell’Arabia Saudita furono coperti di petrolio, con un danno incommensurabile sulla biodiversità di zone umide e di paludi, e moltissime specie vegetali ed animali decimate o del tutto scomparse. Si calcola che a causa del conflitto tra i 15000 e i 30000 uccelli furono uccisi come diretta conseguenza e altrettanti uccelli migratori trovarono la morte a causa della contaminazione da petrolio durante il transito della zona marina.

Non solo i missili americani furono fautori di questo disastro: ricordiamo come gli iracheni sabotarono circa 600 pozzi di petrolio, e a causa degli incendi fu rilasciata nell’atmosfera circa mezzo miliardo di tonnellate di anidride carbonica, causando altissimi livelli di inquinamento dell’aria perfino in India, a causa dello spostamento dei venti. A causa del più massiccio versamento di petrolio sul suolo, si crearono grandi laghi di petrolio dove trovarono la morte milioni di animali, contandone tra uccelli, pesci, anfibi, rettili e mammiferi, e anche gli ecosistemi del deserto furono danneggiati dal movimento di attrezzature pesanti.

Uccello fluviale vittima del petrolio fuoriuscito, Iraq

Durante la guerra civile in Ruanda, all’inizio degli anni Novanta, più di mezzo milione di profughi cercò riparo dalla violenza dei combattimenti nel parco nazionale di Virunga, nella Repubblica Democratica del Congo. Le conseguenze furono molto pesanti per le foreste, che furono depredate del legname e della fauna selvatica: persino i gorilla di montagna, che erano già in via di estinzione, furono uccisi per mancanza di cibo.

Pekka Haavisto, grande esperto di questioni ambientali internazionali, ha svolto numerose indagini sull’impatto ambientale delle guerre balcaniche fino alla guerra del Kosovo del 1999. A tal punto questo tema è di vitale importanza, che è stato creato un organo, l’Unep/Unchs (programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), specifico per la “valutazione ambientale post-conflitto” a livello mondiale. Il conflitto in Kosovo ha registrato reciproche accuse di terrorismo ambientale avanzate da entrambe le parti coinvolte. È stato forse il primo conflitto a sollevare denunce di violazione dell’ambiente in modo così sentito. Quando gli attacchi aerei delle forze Nato si scagliarono contro gli insediamenti industriali serbi, i pericoli legati ai rischi di inquinamento, anche oltre confine, dell’aria e delle acque (nel caso specifico, del Danubio) furono altissimi. Ciò non ostante la Nato dichiarò che le procedure di scelta degli obiettivi da colpire tenevano conto delle ripercussioni ambientali.

Insieme all‘equipe dell’Unep, i governi di Russia e Slovacchia e varie ong come Greenpeace, il Wwf, l’Iucn (Unione per la conservazione del mondo), la Croce Verde Internazionale e il Centro mondiale per il monitoraggio e la conservazione hanno cominciato a monitorare i danni causati all’ambiente dai molteplici conflitti armati che si sono svolti nella penisola balcanica negli anni ’90. Da queste considerazioni è nato il primo rapporto dall’Unep nell’ottobre 1999: “Il conflitto in Kosovo: ripercussioni sull’ambiente e gli insediamenti umani”. I danni più ingenti che erano stati rilevati provenivano dai bombardamenti di stabilimenti industriali chimici della Repubblica Federale di Jugoslavia: gli effetti sulle coltivazioni della zona erano stati devastanti. Un altro capitolo aveva analizzato gli effetti della guerra nell’ecosistema del Danubio e le possibili conseguenze dell’inquinamento di un fiume così importante per la biodiversità centroeuropea. Un terzo studio effettuato ha poi considerato gli effetti della guerra sulla biodiversità in diversi parchi nazionali, ed è stata portata avanti inoltre una ricerca sugli effetti dell’uranio impoverito sul terreno, le falde acquifere, la fauna e la flora.

Oggi come oggi, per quanto riguarda i conflitti recenti come quello in Afghanistan, in Iraq o in Siria, i danni all’ambiente, come la distruzione di habitat, l’avvelenamento del suolo e dell’acqua, la devastazione a causa di agenti chimici all’interno delle bombe o per via di bombardamenti a industrie chimiche, sono danni incredibili: che si tratti di civili, animali o foreste si tratta sempre di vittime innocenti.

Vittime innocenti dei conflitti

Se una guerra “pulita” o ecologica non potrà mai esistere, i danni ambientali durante il conflitto possono e devono essere drasticamente ridotti. Ma di nuovo, non si può concepire un conflitto che non crei distruzione, non uccida vite innocenti, umane e non. La comunità internazionale deve far sì che i civili così come gli animali non soffrano dei danni ambientali provocati dalla guerra. La guerra, oggi come oggi, avviene anche e soprattutto per il controllo di risorse importantissime quali acqua e foreste. Oggi come ieri il destino della Terra è in mano a pochi, che decidono le sorti felici ed infelici, di tutti. Se non possiamo materialmente “fermare” le guerre, cominciamo a fare pace a cominciare dal nostro quotidiano: cerchiamo di comprare prodotti a basso impatto ambientale; ; scegliamo di mettere i nostri risparmi in mano di banche che non finanziano il commercio d’armi e le guerre (per approfondire potete visitare questa pagina); scegliamo prodotti alimentari, per l’igiene della casa e la cura del corpo che non derivino da aziende e multinazionali che hanno interessi economici nelle guerre (per avere maggiori informazioni potete seguire questo link); scegliete prodotti senza olio di palma poiché per ricavarlo, oltre a contribuire alla deforestazione e all’uccisione della fauna autoctona, è in atto una guerra civile contro le tribù indigene che abitano le foreste da cui è ricavato; rendetevi più indipendenti possibile dal petrolio e dai suoi derivati: scegliete prodotti senza plastica, paraffine, petrolati e derivati del petrolio e cercate di usare mezzi di trasporto ecologici, come la bicicletta o il treno.

Salviamo il futuro dei nostri figli: non si meritano un pianeto inquinato, senza biodiversità, pieno di guerre e d’odio!

Infine scegliamo di eliminare la violenza a partire dal nostro piatto: seguire una dieta vegetale (non è il caso di approfondire qui, ma i dati evidenziano come per ogni kg di carne siano necessari da 10 a 25 kg di cereali) e evitare l’uccisione di animali innocenti sicuramente gioverà alla nostra salute, a quella del pianeta, a quella dei poveri animali e forse alleggerirà un pò il “karma” negativo che ogni essere umano porta con sè per il fatto di essere fautore della distruzione del pianeta.

  1. Questo approfondimento è fondamentale nella comprensione di come tutto sia UNO. Non c’è bisogno che aggiunga altre parole… se non CONDIVIDIAMO questo articolo!!!

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  2. Giovanni Lombardo 22 settembre 2018, 10:57 am

    L’ unico vincitore nelle guerre è chi non le fa , al contrario chi le fa sono dei perdenti perché distruggono interi ecosistemi, causano enormi perdite umane soprattutto tra la popolazione civile ,causano enormi trasferimenti di popolazioni che scappano per fuggire alle guerre vedi casi in Libia e in Siria .Un aspetto da non sottovalutare è poi l’uso degli animali nelle guerre vedi l’esempio dei delfini usati dalla Marina Militare degli USA per il trasporto delle mine antinave durante la seconda guerra mondiale .Più si va avanti con la tecnologia militare e maggiori saranno i danni alla popolazione civile e all’ ambiente compresi gli animali , pensiamo alle prime armi chimiche usate dall’esercito tedesco durante la prima guerra mondiale, alle centinaia di migliaia di morti causate dalle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki , alle bombe al napalm e al fosforo bianco durante la guerra in Vietnam , alle recenti armi chimiche usate nelle ultime guerre e in ultimo le armi batteriologiche .Per non alimentare la vendita e il commercio delle armi dobbiamo scegliere l’unica banca veramente etica non per niente si chiama Banca Etica e pratichiamo il consumo critico evitando di comprare prodotti delle multinazionali comprando quelli che rispettano i diritti degli animali, i diritti ambientali e i diritti umani ,in molte città esistono negozi equosolidali dove vendono caffè, cioccolato, thè e altri prodotti delle piccole aziende , compriamo prodotti biodegradabili e possibilmente anche biocompostabili ed evitiamo quelli monouso preferendo quelli riciclabili e diventiamo tutti vegani a 360 gradi per il rispetto degli animali e dell’ambiente

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  3. Gianluca Marco ADAMO 23 settembre 2018, 10:13 am

    Articolo semplicemente splendido.
    I miei più sentiti complimenti all’autrice

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