Il radiologo che salva i cinghiali

Il radiologo che salva i cinghiali

Raccoglie gli animali che assediano il San Martino di Genova

Raffaella, sono tornato. Vieni amore, dai». Marco Napoli è uno stimato tecnico radiologo dell’ospedale di San Martino. Barba lunga che gli dà un tocco intellettuale, occhi vivaci, modi diretti, ma gentili. Si è appena tolto il camice, è tornato nella sua tenuta sulle alture di Genova dopo il turno in ospedale.

Quando chiama la sua «Raffa» dal boschetto oltre il cancello arriva un grugnito. «È lei, mi sta aspettando, senti che roba», sospira Marco. E subito un altro grugnito. Poi un calpestio insistente. Alla fine ecco Raffaella: no, non è la moglie di Marco, ma un cinghiale, che gli corre incontro. Gli si strofina contro le gambe, gli si getta addosso, avvicina il muso alla sua faccia come per baciarlo.
Anzi, vuole proprio dargli un bacio.

«Mi sta parlando», sorride Napoli. Beh, in effetti sembra proprio così. Una parola, un grugnito a tono. Il cinghiale rizza i peli sulla schiena per l’emozione, sbuffa, spinge con la testa un pupazzo di gomma, una rana verde, finché Marco non glielo passa e cominciano a giocare.<>
Napoli, 51 anni, è una specie di versione all’italiana di George Adamson, il «padre dei leoni» che si batté per proteggere gli animali selvatici minacciati dai bracconieri. Soltanto che Marco, invece di salvare i felini della savana, si è messo in testa di allevare i cinghiali che assediano l’ospedale San Martino.

Succede anche questo nella nostra sanità: uno dei più grandi ospedali d’Italia infestato dai suini selvatici, bestioni di cento e passa chili. Allegre famigliole con i cuccioli che si aggirano per il parco intorno ai padiglioni grufolando, mettendo sottosopra prati e aiuole, e lasciando quell’impronta inconfondibile.

«Una notte ero di guardia e sono uscita dal reparto per fumarmi in pace una bella sigaretta», racconta Luisa, un’infermiera, «all’improvviso ho sentito un verso tremendo, una specie di rantolo. Subito ho pensato a un malato, stavo per chiamare un’ambulanza quando mi sono trovata davanti quel coso nero, enorme». Il «coso» era proprio un cinghiale. Gli avvistamenti si sono ripetuti: all’ingresso dei reparti, vicino alla mensa, a due passi dal pronto soccorso. Tanto che di notte – quando l’ospedale è deserto e diventa il regno dei quadrupedi – infermiere e dottoresse chiedevano ai colleghi più ardimentosi di essere accompagnate fino al parcheggio per prendere l’auto. Così ecco chirurghi e cardiologi armati di bisturi che si aggiravano per i viali con gli occhi spalancati e le orecchie pronte a cogliere ogni minimo rumore.

«Ci mancava soltanto questo», si deve essere detto qualcuno nella direzione sanitaria. Dopo gli scandali per le nomine di primari amici di questo o quel politico, dopo le perquisizioni e le inchieste sugli appalti per le mense, arrivano pure i cinghiali. Mica uno, un branco di dodici esemplari. Ma che fare? In corsia si sono formate due fazioni: il partito degli animalisti tifava per gli anarchici suini alla riconquista della città. Un’altra corrente di medici e infermieri, già pregustando un piatto di polenta al cinghiale cotta in mensa, votava per l’abbattimento. Del resto con il via libera alle doppiette che il Parlamento vorrebbe approvare ci sarebbe da sbizzarrirsi: la legge prevede che si possa sparacchiare un po’ dovunque, perfino dalle auto. Addirittura nei parchi cittadini. Perché non immaginare un bel safari tra i reparti?

Poi, però, è arrivato Marco, il tecnico radiologo. «Ci penso io», ha promesso. Detto, fatto. Una sera si è presentato all’ospedale sul suo fuoristrada bianco, un po’ scassato. Con gli stivaloni e un sacco di mangime si è addentrato tra la vegetazione del parco. Niente coltello. Niente fucile. «Dai venite, non dovete aver paura», chiamava gli animali. A vederlo nessuno gli avrebbe dato un soldo e invece… invece un cespuglio ha cominciato a muoversi ed è spuntato il primo cinghiale. Marco ha preso ad accarezzarlo, a parlargli nell’orecchio. Alla fine lo ha convinto a salire sulla jeep e via, lo ha portato nella sua tenuta di campagna. Uno dopo l’altro tutti i cinghiali sono stati catturati: i maschi da duecento chili, con due zanne così, le mamme e perfino i cuccioli piccoli come un gatto, tremanti di paura.

Adesso Marco appena uscito dall’ospedale corre da loro: «Intanto vivo da solo», butta lì. A ognuno ha dato un nome: Raffaella, la femmina, Ciò Ciò, il maschio, poi il cucciolo Gu Gu e Pipistrella (per gli amici Pippi), con le zampe corte e quel muso strano, raggrinzito, che ricorda davvero un volatile notturno. Le famiglie in gita che passano lungo il recinto si affacciano e guardano stupite: «Ma sono proprio cinghiali?». Sì. I bambini, che si fidano degli animali, allungano subito le mani e li accarezzano. Poi, più riluttanti, anche le mamme.
«Non sono pericolosi», giura il tecnico al cronista titubante. Ma è vero. Prima due parole con voce calma, poi una carezza e Ciò Ciò, che è grande due volte un uomo, si trasforma in un cagnolino mansueto. Ti fissa dritto negli occhi con quello sguardo che confonde e un po’ smarrisce.

Marco parla agli animali, racconta la sua giornata e loro sembrano ascoltare. «Una parola per uno, sennò diventano gelosi… guarda Raffaella». Infatti la femmina, che si sente trascurata, strappa un sacco di plastica, «per fare rumore e attirare l’attenzione».
Tutto risolto? No, perché nell’ospedale è arrivato un altro branco. «Nove cinghiali», li ha già censiti Marco. Spiega: «San Martino è stato concepito nell’Ottocento. Allora i padiglioni venivano costruiti in mezzo ai parchi. Qui siamo ai limiti della città, le bestie che vivono sulle colline si sono fatte un buco nella recinzione e continuano ad arrivare». Così la polemica è scoppiata. È arrivata la Forestale, poi la polizia provinciale. Sono cominciate le carte bollate, qualcuno ha tirato fuori regolamenti e codici.

Ma lui, Marco, è già pronto e non importa se Raffaella e i suoi amici si mangiano mezzo stipendio da tecnico: «No, non si possono uccidere. Me li prendo tutti io, li tengo nel mio terreno, non daranno fastidio a nessuno. Il problema, però, è che ormai non siamo più abituati a vivere con gli animali e a parlare con loro».

FERRUCCIO SANSA

www.lastampa.it/lazampa/hrubrica.asp

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News Inserita da Daria Mazzali Promiseland.it Redazione Italia

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