Parco Nazionale Majete (Malawi): quando l’uomo ripara e sta dalla parte della Natura

A volte l’uomo invece di distruggere la Natura, decide di riparare e proteggere: il toccante racconto di Donatella Malfitano, giornalista e operatrice ONU membro del comitato etico AssoVegan, sulla storia del Parco Nazionale Majete in Malawi.

Spesso l’uomo distrugge. Ma, a volte, anche ripara.

Questa è una bella storia africana. Una storia di conservazione avvenuta con successo.

Il Majete National Park un tempo era abbondante di animali, rifugio generoso di una fauna importante. Situato a sud del Malawi, nella parte bassa della valle del fiume Shire, era stato dichiarato parco nazionale nel 1955. Verso la fine degli anni ’90 però la popolazione animale era già stata drasticamente ridotta. Negli anni ’70 l’intenso bracconaggio aveva eliminato tutti i rinoceronti mentre gli ultimi 300 elefanti erano stati definitivamente sterminati nel 1992.

Al tempo stesso la pressione esercitata dalla popolazione rifugiata dal devastato Mozambico, aveva contribuito alla sparizione degli animali, a causa della caccia per il bush meat, (la carne di animali selvatici). Il personale addetto alla protezione del parco era poco equipaggiato, sottopagato, mentre insediamenti illegali, agricoltura e disboscamento dilagavano e le risorse diminuivanoIl Majete, con la sua superficie di 700 km2, si era ritrovato svuotato. Solo la rigogliosa vegetazione era rimasta presente, con la sua incredibile varietà di piante e alberi. Ma dei suoi abitanti non era più rimasto nulla.

Nel 2003, uno sforzo straordinario e unico nel suo genere è stato messo in atto per ridare vita alla Riserva. Nel marzo dello stesso anno l’organizzazione African Parks Majete Ltd, fondata dalla sudafricana African Parks, e il governo del Malawi hanno firmato un accordo che permette ad African Parks di assumere la totale responsabilità della riabilitazione, la gestione e lo sviluppo della Riserva per 25 anni. Dopo questo periodo, Majete sarà “restituito” al governo Malawiano.

L’intento è anche quello, in collaborazione con le comunità locali, di dimostrare la conservazione della biodiversità e l’utilizzazione sostenibile delle risorse naturali per il beneficio della popolazione del Malawi in generale e delle comunità locali in particolare.

Questa avventura straordinaria ha rapidamente dato i suoi frutti.

Oltre alla riabilitazione di strade e del perimetro protettivo, il primo obiettivo è stato quello di ripopolare la riserva. Centinaia di animali sono state trasferiti dagli altri parchi protetti del Malawi, ma anche dai vicini Zambia e Sudafrica. Nel 2003 sono stati reintrodotti i rinoceronti mentre gli elefanti sono ora più di 300. Durante la mia visita alla riserva, ad Aprile di quest’anno, mi è stato riferito che alcuni di loro sarebbero stati ritrasferiti in un altro parco del Malawi, vista l’alta densità della popolazione ormai raggiunta nel Majete.

I primi leoni (due maschi e due femmine) erano stati portati dal Sudafrica (purtroppo, un esemplare non era sopravvissuto al viaggio). Ora nella riserva si trovano gli esemplari di questa famiglia ma entro breve sarebbero stati introdotti altri due maschi e quattro femmine, sempre dal Sudafrica, per bilanciare le dinamiche territoriali.

Il parco ha ora più di 12,000 animali. E’ diventata la prima riserva ad avere i cosiddetti big five (bufali, elefanti, leopardi, leoni e rinoceronti)Tra gli altri mammiferi reintrodotti, ci sono ippopotami, zebre, facoceri, scimmie, impala, nyala e altre antilopi. Tra i rettili, anche coccodrilli e tartarughe. Al tempo stesso, gli episodi di bracconaggio sono drasticamente crollati. L’abbondanza della fauna al Majete è davvero impressionante.

Soggiornando in uno dei due lodge presenti nel parco, ci si può ritrovare con elefanti, zebre e nyala pacificamente intenti a passeggiare o pasteggiare davanti alla propria tenda, mentre si avvicinano al punto d’acqua non distante. La maestosità e la bellezza degli elefanti, in primo luogo, il loro andamento pacifico in mezzo a quello che è il loro habitat, è qualcosa che mi colpisce, per quanto non sia nuova a esperienze del genere (sempre meravigliose). Li osservo e ammiro avanzare con il loro passo pesante ma al tempo stesso delicato, elegante, scuotere le orecchie, attraversare liberi il fiume Shire.

E inevitabilmente mi attraversano la mente flash di quegli stessi occhi, però spenti e sofferenti, di queste stesse creature, che ci ritroviamo a “casa” nostra, e in molte altre parti del mondo, in tristi situazioni con cui spesso mi sono dolorosamente confrontata. Episodi tristemente di attualità, che hanno visto questi fantastici pachidermi vittime di incidenti e di altri abusi perché strappati dal loro habitat per diventare prigionieri in circhi o zoo, amplificano ancor più il sentimento di quanto l’uomo sia (spesso) capace di distruggere, di sfruttare, per il proprio tornaconto. Difficile non chiedersi: “Perché?”.

Tra tutti i parchi nazionali presenti in Malawi, ho voluto appositamente visitare il Majete. Perché è una bella storia. Una storia di uno sforzo comune per proteggere un pezzo del nostro pianeta. Certo, bisogna mettere in conto tutti i trasferimenti e spostamenti degli altri animali, per ridare vita al parco, ma questa volta pare che l’uomo abbia riparato là dove aveva distrutto.

Gli animali si stanno moltiplicando. L’educazione ambientale e animale supporta i programmi e le comunità locali ne beneficiano.

Si, è davvero una bella storia, con un happy ending che ci auguriamo sia sempre più frequente quando si parla di diritti dell’ambiente, degli animali e delle persone.

Articolo e fotografie di Donatella Malfitano1,© protetti da copyright.

1 Membro del Comitato Etico di Associazione Vegani Italiani Onlus. Operatrice ONU e di altre organizzazioni internazionali; promotrice di progetti di emergenza animale in Paesi in conflitto, di educazione ambientale e animale; guida Naturalistica per il Sudafrica; giornalista.

  1. Avatar

    che belle immagini! e bello che piano piano la natura sta prendendo di nuovo piede in queste zone. Chissà che non si prenda spunto per ripopolare le tante zone dove ancora si dà la caccia alle volpi, orsi e lupi in Europa…

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