L'estate porta con se' in Turchia l'usuale flusso di turisti che visitano i
siti storici o passano le vacanze sulle spiagge. Un buon numero di essi,
sollecitati dai richiami degli innumerevoli venditori di tappeti del paese,
torneranno a casa con una stuoia turca intrecciata a mano, probabilmente
senza dedicare alcun pensiero a chi l'ha intrecciata, e a quanto ha
guadagnato per essa. Nella maggior parte dei casi, la stuoia e' stata fatta
da una donna o da una ragazzina turca che vivono in un villaggio di
campagna, e che sono state pagate giusto quel che basta per coprire le
spese. I tappeti turchi possono arrivare a costare centinaia di dollari: chi
li fa percepisce una minuscola frazione della cifra.
Questo, almeno, era il caso del villaggio di Orselli, una collezione di case
di pietra e cemento incastrate nelle montagne fuori dalla citta' di Izmir,
la seconda citta' piu' grande in Turchia. Le donne del villaggio
intrecciavano tappeti da tempo immemorabile, ma ad un certo punto smisero,
perche' non ne ricavavano alcun beneficio economico. Gli uomini che
compravano i loro tappeti e poi li vendevano al mercato non dividevano con
loro il profitto, ed inoltre chiedevano loro prezzi sempre minori per via
dell'arrivo sul mercato delle stuoie fatte a macchina nelle fabbriche, che
erano piu' convenienti. Presto le giovani donne smisero di interessarsi
all'apprendimento della tessitura, mentre le anziane che continuavano a fare
tappeti cominciarono ad usare tinture sintetiche, che costavano meno di
quelle naturali. Questo diminui' ulteriormente il valore dei loro prodotti,
perche' i collezionisti preferiscono comprare tappeti tinti con sostanze
naturali.
Circa vent'anni fa, questa tendenza si arresto'. Un gruppo di donne di
Orselli fondo' una cooperativa di tessitrici. Furono aiutate da un
professore tedesco, Harald Bohmer, e dall'Universita' di Marmara di
Istanbul, entrambi interessati al ripristino delle colorazioni naturali dei
tappeti.
Oggi la cooperativa, che si chiama Dobag, e' famosa in tutto il mondo. Le
stuoie che vengono da Dobag sono ammirate ovunque per i loro vividi colori e
gli intrecci favolosi che disegnano una simbologia animista.
"I miei prodotti acquistarono valore, ed io cominciai a guadagnare del
denaro", dice Cennet Deneri, la quarantasettenne presidente della
cooperativa che oggi conta 160 socie provenienti da 6 villaggi; "Abbiamo
tutte migliorato il nostro standard di vita. Ora, le donne dei villaggi sono
economicamente indipendenti. Non dipendo piu' da mio marito., aggiunge
Cennet con un largo sorriso, Sono eguale a lui".
La storia della cooperativa Dobag si sta ripetendo ovunque nel mondo: le
cooperative di donne centrate sulla commercializzazione di manufatti
tradizionali crescono. Dall'Asia all'America, numerosi programmi stanno
aiutando le donne ad ottenere il controllo economico sul proprio lavoro.
"E' un'area che suscita crescente interesse nelle comunita' in via di
sviluppo. Di solito si trattava di situazioni di nicchia, ma ora grossi
gruppi cominciano ad essere coinvolti nei progetti", dice Nina Smith,
direttrice esecutiva di "Rugmark", un gruppo che lavora per prevenire
l'impiego di bambine e bambine nella produzione di tappeti.
"L'intero mercato dei prodotti del commercio equo, si tratti del caffe' o
dei manufatti, e' davvero cresciuto in modo incredibile. Prima era una sorta
di 'mercato della solidarieta'', qualcosa come un gruppo religioso che
tentasse di aiutare le donne povere in Nicaragua, ma ora la situazione e'
molto diversa".
Gli esperti che lavorano alle istanze del commercio equo stimano che le
donne siano fra il 70 e l'80% dei lavoratori che producono manufatti
tradizionali. Non ci sono statistiche che dicano quante artigiane stanno
lavorando con le cooperative, o in altri progetti che offrono alle donne
paghe decenti e coinvolgimento democratico nelle decisioni da prendere sul
loro lavoro, ma il loro numero, dicono gli esperti, e' sicuramente ancora
molto basso.
"Marketplace: Handwork of India" e' un'organizzazione che da dieci anni
aiuta le artigiane indiane a vendere i loro prodotti, quali stoffe ricamate
ed abiti tessuti a mano, tramite il proprio sito web e vari negozi. Al
momento 450 lavoratrici sono coinvolte nel programma, che lo scorso anno ha
fruttato 750.000 dollari in salari. La presidente, Pushpika Freitas, mi dice
da Mumbai che l'organizzazione ha toccato sino ad ora una piccola minoranza
delle donne artigiane, e che vi e' un potenziale realistico per l'espansione
del progetto: "Con le infrastrutture giuste, pianificazione ed un lavoro di
rete possiamo farcela. Abbiamo gia' dimostrato che i manufatti tradizionali
possono essere una risorsa economica per le donne indiane e speriamo di
portare questo modello a molte altre di loro".
Carol Wills, dell'Associazione olandese per il commercio equo, puntualizza:
"Il commercio equo viene frequentemente associato solo ai prodotti agricoli,
come il caffe' e le banane, ma ha una forte e diretta relazione con
l'equita' di genere. Penso che qualcosa di buono sia stato fatto, rispetto
alla promozione degli interessi e dei diritti delle donne. Dobbiamo
continuare ad incoraggiare le donne ad una maggior partecipazione".
Il movimento per il commercio equo, come i progetti che riguardano le donne,
e' piccolo ma in via di rapidissima crescita. Nel 2003, i prodotti del
commercio equo hanno avuto una crescita globale del 43%, con punte del 61%
in Gran Bretagna, l'81% in Francia e il 400% dell'Italia.
E sebbene l'estensione dei progetti che riguardano le donne non sia
vastissima, il loro impatto sulle vite delle partecipanti e' di grande
significato, esse dicono. Prima non guadagnavano quasi nulla, ora il lavoro
permette loro di vivere, e da' loro anche qualcosa di piu' del denaro.
A Orselli, le stuoie sono oggi la principale fonte di reddito del villaggio.
I residenti hanno potuto acquistare le lavatrici, che sognavano da anni. Il
flusso dei visitatori internazionali ha indotto finalmente il governo locale
ad asfaltare la serpeggiante strada che conduce ad Orselli. Il villaggio non
e' segnato sulle mappe turistiche, ma i commercianti europei e statunitensi
di tappeti lo conoscono molto bene. "C'e' praticamente un telaio in ogni
casa", mi dice la presidente Deneri, vestita in splendidi pantaloni floreali
e con una sciarpa azzurra mollemente adagiata attorno al viso, "Le ragazze
oggi vogliono imparare dalle madri. Il guadagno che hanno da un tappeto si
e' triplicato, rispetto al passato".
Poiche' la maggior parte degli uomini dei villaggi e' impiegata in lavori
agricoli stagionali ed irregolari, il frutto del lavoro di tessitura e' cio'
che di piu' vicino ad un reddito garantito i villaggi possiedono.
In Ghana, un progetto chiamato "Women in Progress" e basato nella citta' di
Cape Coast sta aiutando 26 donne a gestire in proprio il loro lavoro di
cucitura di abiti tradizionali: i prodotti sono in vendita in un negozio
virtuale, il sito web chiamato Global Mamas.
Adam, una statunitense co-fondatrice del progetto, venne in Ghana nel 1994
come volontaria dei Corpi di Pace, e rimase colpita da quanto poco sostegno
avesse il lavoro femminile. Torno' nel paese due anni dopo, dopo essersi
laureata in economia e commercio, per lanciare il progetto "Women in
Progress". "Le donne africane sono il cuore delle loro famiglie. Quando
aiuti una donna, puoi star sicura che il denaro va a vantaggio di tutta la
famiglia, mi dice Adam da Cape Coast, La maggior parte delle donne che si
avvicinarono al progetto stavano affrontando grossi problemi. Molte erano
profughe, e cosi' povere da non poter mandare i figli a scuola. Il guadagno
medio annuale di una persona in Ghana e' di circa 200 dollari. Le nostre
socie hanno guadagnato l'anno scorso sino a dieci volte di piu'. Non solo
hanno mandato a scuola i loro bambini, ma pagano per mandare a scuola i
figlioletti di parenti. Aiuta una donna e avrai aiutato non solo l'intera
sua famiglia, ma l'intera comunita'".
Le organizzatrici dei progetti cooperativi per le donne artigiane dicono che
la maggior difficolta' che incontrano e' la commercializzazione dei
prodotti: internet e' pero' un ottimo veicolo, sostengono, come la crescita
del commercio equo. Molte lavoratrici sperano che la prossima volta in cui
un turista comprera' una stuoia in Turchia, un ricamo in India o una tunica
in Ghana, si fermera' un attimo a pensare all'artigiana che li ha fatti, e a
chiedersi se e' stata pagata giustamente per il proprio lavoro.
Per maggiori informazioni:
- Marketplace: Handwork of India: www.marketplaceindia.org
- Women in Progress: www.womeninprogress.org
- Oxfam International: "Trading away our rights: Women working in global
supply chains": www.oxfam.org.uk

(immagine tratta da www.dobag.com)
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Articolo di Yigal Schleifer
Tradotto da Maria G. Di Rienzo
Tratto da: Mailing list di Peacelink dedicata alla nonviolenza
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Inserito da: Marcello Paolocci