L'uomo è un essere sociale. La sua forza, il predominio su tutte le altre specie viventi, il progredire nella storia dalla grotta al grattacielo, è stata ed è dipendente dal con-vivere con i propri simili. Nelle grotte dei nostri ancestrali antenati il gruppo sociale aveva origine. Poi, nell'incontro-scontro tra i diversi gruppi, nasceva la "cultura" cioè l'insieme degli apprendimenti del sapere dell'altro a cui si dava il proprio sapere. Questo "scambio", alla base di ogni sviluppo filogenetico, trova spiegazione a livello psicologico nel fondamentale bisogno di appartenenza dell'essere umano; il bisogno di appartenere, e di essere incluso è presente già dall'infanzia, insieme a quello di possedere e inglobare.
Appartenere per non essere soli, per riconoscersi attraverso gli altri, per esorcizzare l'atavica paura della solitudine esistenziale. Nella società contemporanea i nuclei sociali, dal piccolo paese alle grandi metropoli, non soddisfano più questo bisogno, perché? Perché i valori di condivisione, di fratellanza e quindi di appartenenza allo stesso "clan" sono stati sopraffatti e sostituiti dall'apparenza, dal consumismo, dall'individualismo sfrenato che crea competizione, antagonismo e quindi solitudine.
Al di là di ogni possibile apparente retorica la realtà è che se ci occorre una cipolla andiamo al negozio dietro l'angolo e, se ci va
, prendiamo pure la macchina. Chiedere una cipolla alla vicina di casa è comunque chiedere e quindi mettersi nella condizione di dover forse un giorno "dare", e non solo per ricambiare una cipolla! E' questo che spaventa tanto? La reciprocità, la disponibilità allo scambio di cipolla-affetto-condivisione? In fondo è molto più rassicurante chiudersi nelle proprie case, prendersi cura solo del proprio giardino dove il verde del prato non va al di là del muro. E inizia l'isolamento concreto e psicologico, piaga del nostro vivere civile, della nostra cultura dove reale e virtuale si confondono. J.P. Sartre sosteneva che "si nasce e si muore soli". Io non condivido questa visione nichilista-esistenzialista e sottolineo invece che, nello spazio tra questi estremi, c'è la vita... e come dice il grande poeta brasiliano Vinicius De Moraes: "La vita,amico, è l'arte dell'Incontro".
Valeria Marracino – Psicoterapeuta - redazione Promiseland.it