Denti:malattie e cure nei secoli passati 3/3

I denti come causa di malattie e basse aspettative di vita nei secoli passati? Parte 3/3 articolo di Lorenzo Acerra.
Abbiamo detto del contributo causale delle patologie dentali nella tubercolosi polmonare (tisi). Questa era una causa importante di malattia e di morte nel 1800. “Tubercolosi” onestamente era il termine usato per quasi tutte le malattie del tempo, per esempio nel caso di Mozart si parlò di tubercolosi con coinvolgimento reumatico e renale. Documentandosi bene sembra proprio che il compositore abbia sofferto di una malattia neurofocale di origine dentale (peggiorata da fattori contingenti). La vittima di tubercolosi polmonare più famosa che l’800 ci ha consegnato fu Marie “Violetta” Duplessis (1824-1847), la prostituta più famosa di tutti i tempi, che si innamorò ricambiata di un suo cliente. Ammalatasi giovanissima di una grave forma di tisi, non fece in tempo a cambiare vita proprio a causa della malattia, come abbiamo appreso dalla Traviata del Verdi (1853) o dal romanzo ‘La Signora delle Camelie’ di Alexander Dumas (1952) che la vedono protagonista. Violetta aveva lasciato la sua famiglia di contadini della Normandia per stabilirsi a Parigi all’età di 14 anni ed iniziare a lavorare presso un fornaio. Una bellezza straordinaria, all’età di 20 anni riceveva conti e duchi in un appartamento sontuoso in Boulevard de Madeleine. Ci fu una indimenticabile partecipazione di popolo a Parigi ai funerali di Violetta. Una bellezza straordinaria, un carattere vivace, la cortigiana aveva rappresentato in quegli anni l’argomento di conversazione più apprezzato in tutta la Francia. Ogni volta che debuttava una commedia nuova a Parigi si era certi di vederla apparire con tre cose che non la lasciavano mai, poste sul parapetto del suo palco privilegiato: l’occhialino, un sacchetto di dolci e un mazzo di camelie. Sembra che la sua passione per i dolci abbia giocato un ruolo centrale del suo dramma. Infatti molti autori del tempo facevano notare che ad ammalarsi di consunzione erano molto più di frequente i consumatori di zucchero che non gli altri.
Alexander Dumas, che ebbe una breve, burrascosa relazione con lei, la descrisse come nervosa, facilmente affaticabile, facilmente irritabile, capricciosa, con un comportamento infantile, pallida, molto emotiva, impulsiva, incontrollabile. Insomma aveva anche segni di nevrastenia, che infatti colpiva proprio i consumatori di zucchero. Violetta accettava come regalo floreale solo le camelie, fiori privi di profumo, visto che le davano fastidio gli odori (primo caso di sensibilità chimica multipla?).
Garencières (1610-1680), un farmacista francese che trascorse la maggior parte della sua vita in Inghilterra, ha spiegato che lo zucchero in Inghilterra era responsabile della Tabes anglica, una forma di tisi particolarmente diffusa.
Secondo quanto riportato dallo storico del 18° secolo William Stith, lo zucchero ebbe il potere di far ammalare Pocahontas di consunzione (1595-1617). Suo padre, King Powhatan, che odiava i modi degli inglesi, sospettò subito che la loro decadenza morale, fisica e l’odore che emanavano attraverso la pelle avessero tutti un’origine comune, e cioè le razioni di zucchero, i biscotti e l’alcool o il rum della marina inglese. Ma Pocahontas, contrariamente a suo padre, rimase affascinata e acritica di tutte le novità. Il primo regalo che le fece Smith, l’inglese cui salvò la vita, furono zucchero e dei biscotti. Quando Pocahontas arrivò a Londra fu ospite della famiglia reale e tutta l’aristocrazia di Londra faceva a gara per averla presso di sè. Banchetti e feste danzanti furono date in suo onore. Il nuovo regime dietetico mise duramente alla prova i suoi denti. Pocahontas sviluppò una grave malattia che la portò alla morte per consunzione. Gli indiani, tutti tranne Pocahontas, erano fortemente convinti di questa relazione causa-effetto, e perciò erano prevenuti. Il Dr. Weston Price ce ne parla nel suo libro ‘Nutrition and Physical Degeneration’.
Quando Price visitò gli indiani che vivevano nelle zone più impervie e lontane delle Montagne rocciose, Price chiese al capo della tribù indiana quale potesse essere la ragione per cui loro non si ammalavano di consunzione. L’indiano rispose: “Perché queste sono malattie dell’uomo bianco”. Price: “Cioè gli indiani sono immuni?” “No, anche per gli indiani è possibile ammalarsi. Ma il problema dell’uomo bianco è che ha voluto dimenticare da tempo la correlazione tra ciò che mangia e la sua salute. Ma è vero, anche gli indiani che consumano le farine e lo zucchero venduto nei negozi dell’uomo bianco si ammalano.” Price notò che i denti degli indiani dello Yukon erano immacolati e a dire il vero anche il Dr. Benjamin Rush nel 1800 aveva fatto la stessa osservazione.
Studi su mummie nel periodo pre-dinastico (3400 a.C. fino al 1700 a.C.) mostrano che gli egiziani avevano denti buoni. Ciò valeva in modo particolare per le classi povere. I faraoni e le classi più abbienti invece avevano la sfortuna d’incorrere più facilmente in patologie dentali. Il medico egiziano Arad Nissa curò il faraone Annaper Essa nel 500 a. C. con l’estrazione di denti cariati. Il faraone soffriva di dolori reumatici cronici alle ginocchia che in un primo momento erano stati tenuti sotto controllo con impacchi e misture tradizionali ad uso medicinale. Ma ad un certo punto i dolori del faraone aumentarono e non erano più controllabili con i rimedi. Ce ne parlano appunto i geroglifici: al dottore fu dato un ultimatum, o riusciva a liberare Annaper dai dolori reumatici oppure sarebbe stata ordinata la sua decapitazione. Il dottore allora trovò il coraggio di fornire la sua visione dei fatti. La malattia non sarebbe migliorata se non fosse stata allontanata la causa, e cioè i denti infetti. Fu così che il faraone guarì, si sentì come rinato dopo le estrazioni di alcuni denti infetti e il medico fu ben ricompensato per il successo ottenuto! [Kuhmlein 1999]
Lo stesso avvenne per il re assiro Asarhaddon secondo delle tavolette di Ninive risalenti al 650 a.C. (ce ne parla Leroy Waterman nel suo “Assyrian Medicine in the Seventh Century”, 1925). Il suo medico Aradna gli dice che solo quando accetterà di farsi estrarre i denti potrà riprendendersi dalla malattia, che in quel caso era una grave poliartrite a gambe e braccia, peggiorata da mal di testa. “I denti del mio Re devono essere rimossi, perché è con essi che nasce l’infiammazione interna. I dolori scompariranno immediatamente e il suo stato di salute tornerà normale”. Le conoscenze empiriche di Aradna insieme con tutta la clinica accumulata dai medici assiri gli davano la sicurezza di non sbagliarsi. Se Asarhaddon non guariva dopo aver tolto i denti, il dolore sarebbe stato tutto del suo servitore che gli aveva consigliato una cosa simile!
Diversi autori anche nel corso dell’ultimo secolo hanno fatto questa scoperta della correlazione tra malattie croniche degenerative e necrosi mandibolari o denti infetti asintomatici perché devitalizzati. La presenza di questi denti è un fardello insostenibile per la forza vitale della persona malata, ribadivano sulla scia di Ippocrate il Dr. Josef Issel, il Dr Max Gerson e numerosi loro illustri colleghi che consigliavano di allontanare i denti devitalizzati nelle persone malate. Impossibilitati in questo articolo a seguire nel dettaglio i casi clinici presentati da questi autori e finanche fare un breve elenco di tutti gli altri che si sono avvicinati a questa tematica, vediamo come succede che un medico faccia questa scoperta autonomamente.
– Come ne sono venuto a conoscenza, Dr. Davo Koubi in: “O la bocca o la vita!”, Grancher Ed. 1991
Fu all’inizio della mia carriera, neo-assunto presso il dipartimento di Stomatologia dell’Università di Cannes, che iniziai a fare osservazioni inaspettate su come alcune malattie cronico-degenerative rispondevano all’estrazione di denti infetti. Una donna soffriva da nove anni di una malattia alla pelle con formazione continua di croste suppuranti. Sollevando una corona era uscita una puzza nauseabonda da un dente che perciò estraemmo. Togliendo quel dente, la sua condizione cronica sparì immediatamente. Un altro paio di osservazioni che feci nel giro di qualche settimana riguardavano: (1.) una undicenne, cui estrassi un dente da latte compromesso; l’effetto più rilevante fu quello di guarirla dalle sue difficoltà di mantenere normali valori di glicemia nel sangue; (2.) un’altra estrazione di un dente da latte infetto portò alla guarigione di una dermatite cronica in un altro ragazzo di dieci anni; i genitori mi segnalarono anche che dopo l’estrazione avevano notatao che il ragazzo era diventato molto meno agitato, non faceva più incubi come succedeva di frequente prima, si era liberato della sua occasionale insufficienza respiratoria. Mi ricordai allora cosa era accaduto con mio padre nel 1930. La sua vita sregolata si trovò davanti al verdetto della clinica Universitaria che preannunciava una sua fine prossima a causa di una tubercolosi con infezioni ricorrenti e congestione polmonare. Dovette restare a casa per quanto stava male e ciò non era mai successo in vita sua. Aveva 45 anni. Noi in famiglia eravamo sempre dipesi dal suo lavoro ed ora eravamo sull’orlo del lastrico! Ad un certo punto fu costretto ad andare dal dentista per dei terribili dolori al viso, noi pensavamo che fosse proprio la fine per lui! E invece no, fu la sua salvezza, perché gli trovarono uno stato di degradazione mandibolare avanzata, cioè un’osteomielite sotto tutti i denti che rese necessario estrarre non solo i denti devitalizzati ma anche quelli affianco, allo scopo di pulire l’osso e fermare i dolori. Avendo liberato la bocca da quelle nicchie putride, mio padre guarì, riprese tutti i suoi eccessi, e non ebbe mai più quelle malattie. Visse ancora 32 anni in discreta salute, cioè fino ai 77 anni di età. Certo, aveva dovuto mettere la dentiera, ma era guarito!
Come dice il Dr. G. Pelz in un libro del 1966, «a chi più e a chi meno, cari dentisti, è capitato a tutti di prendere atto, dopo un’estrazione di un dente devitalizzato infetto, delle reazioni entusiaste di pazienti che scoprivano di essere stati liberati da questo o da quel disturbo. Per esempio i pazienti riportavano che nel giro di due o tre giorni dall’estrazione un mal di testa era sparito, o addirittura una sciatalgia, o un dolore lombare. Questo evento, estremamente gratificante per il paziente, viene però spesso considerato una fortunata coincidenza temporale. Ma non si tratta affatto di un caso…». Decisi di tenere gli occhi aperti, volevo avere altri dati perché di certo non riuscivo a pronunciare il mio verdetto su una storia così impossibile da credere: guarigioni definitive e così nette solo dopo l’estrazione di un dente devitalizzato? Denti apparentemente perfetti erano invece compromessi? Ci fu una lunga, lunghissima fase che io chiamerei: l’apprendista ha delle riserve ma inizia a farsi una sua opinione. La perplessità del neofita mi obbligava ad un silenzio prudente.
La mia avida curiosità però ormai stava tracciando il solco di una opinione personale netta in base alle evidenze della scomparsa dei dolori e di una moltitudine di malattie acute o anche croniche! Altro che analisi del sangue, elettrocardiogramma, vaccini, auscultazione e quant’altro!! Io volevo vedere solo l’ortopanoramica quando mi si presentavano pazienti in difficoltà. Più andavo avanti e più diventavo dipendente da quel tipo di osservazione. Per quanto riguarda me, avevo iniziato a soffrire di mal di testa, vertigini e tachicardie poco dopo che all’età di 15 anni ebbi un dente devitalizzato. Dopo 16 anni andai a togliere quel dente e tutti quei problemi scomparvero insieme alla stanchezza. Ero stufo di crisi parossistiche che mi portavano quasi all’invadilità, nonostante una alimentazione curata. Farmaci allopatici, yoga e massaggi non ebbero mai ragione di questi disturbi cronici. Le diagnosi erano state varie: aerofagia, deficienza alla vescica biliare, sinusite, ipertensione. Strano che un 16enne avesse diagnosi di questo tipo. A 31 anni di età mi dissero che bisognava sacrificare l’appendicite. Tutti i medici concordavano nella diagnosi di appendicite cronica e si pensava che in qualche modo stesse contribuendo anche al peggioramento dei miei altri sintomi. Per quasi un anno fui obbligato a lavorare meno ore possibile e sospesi ogni altra mia attività. Prima di accettare la chirurgia per l’appendicite decisi di togliere dalla bocca quel dente che era stato devitalizzato poco prima della comparsa dei miei problemi 16 anni prima. Era un molare superiore che dalla radiografia sembrava ineccepibile, sia come terapia canalare che come tenuta senza infezioni. La gengiva era sana. Comunque la mia decisione era presa. L’assenteismo cronico cui le mie condizioni di salute mi condannavano fu la mia motivazione decisiva. Ritornai alla normalità dopo l’estrazione di quel dente devitalizzato. Che altro aggiungere? Migliaia di osservazioni simili si sono susseguite negli anni seguenti. Era come se un velo si fosse strappato davanti ai miei occhi. Ero entrato nella logica della soppressione della causa dei disturbi.
Abbiamo detto di mio padre, ora vorrei fare una piccola digressione su mia madre. Dopo i dolori reumatici fu colpita anche da un aneurismo. E mentre era saturata di consigli da tutte le parti su tisane e farmaci vari continuava a fare visite da dentisti. Io stesso l’avevo accompagnata a fare qualche devitalizzazione. A fronte dei mal di testa costanti, della paralisi facciale, delle vertigini, dei disturbi reumatici, mia madre sofferente e disperata aveva adottato un regime ferreo di farmaci, d’iniezioni per i dolori, ma anche una dieta macrobiotica accortissima. La sua tensione arteriale era arrivata a 29! Disperata aveva anche riposto le sue ultime speranze in riti religiosi e formule magiche. Oggi sicuramente mi crederebbe se le chiedessi di lasciarmi fare le estrazioni dei suoi denti devitalizzati. Secondo me sarebbe un atteggiamento sconsiderato e sbagliato da parte mia quello di insistere nel riportare tutte le patologie ad una causa sola. Ma altrettanto penalizzante e sbagliato sarebbe ignorare questo campo di ricerca. So per certo che la conoscenza di questi fenomeni di causa-effetto possono risultare utili ad un gran numero di persone. I denti devitalizzati diventano “focali” senza che ce ne si accorga e possono iniziare fenomeni distruttivi e infiammatori sull’osso sotto di essi.
Capitoli precedenti :
Denti: malattie e cure nei secoli passati 1/3 consultabile qui
Denti:malattie e cure nei secoli passati 2/3 consultabile qui

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Skip to toolbar