Gli allevamenti del pesce

La piscicoltura come soluzione per nutrire il mondo?
Un rapporto della FAO rivela che la metà dei pesci consumati come cibo nel mondo proviene dall’allevamento, fatto che ha un forte impatto ambientale. La domanda crescente fa sì che questo tipo di attività sia in continua espansione, rischiando di imporsi come la soluzione per fornire le proteine ai 7 miliardi di individui che popolano il pianeta, salvaguardando le specie in via di estinzione.
Per dare un’idea di che ecatombe stiamo parlando: nel 2008 il pesce d’allevamento fu il 45,6% del consumo mondiale, ossia 52,5 milioni di tonnellate di pesce “prodotto” nel mondo, 20 milioni in più che nel 2000. La Cina produsse da sola il 62,3% di questi 52,5 milioni di tonnellate, calcolando pesce e crostacei: circa 33.000 tonnellate di carpe, anguille, gamberetti, gamberi etc. sono stati allevati nelle vasche cinesi.
Piccolo neo: l’allevamento di pesce non è senza conseguenza per i pesci selvaggi. Ci vogliono in media quattro chili di pesce in libertà per produrre un chilo di pesce d’allevamento (vi ricorda un’altra storia? Sa di déjà-vu…), ci informa Gaëtan de Royer, di Pôle Aquimer, che lavora nel campo dell’alimentazione de pesci carnivori d’allevamento. Questa pesca “secondaria”, finalizzata alla produzione di farine e oli di pesce rappresenta circa un terzo del pescato mondiale, anche se, come ci ricorda Denis Covès del laboratorio di acquacoltura di Ifremer de Palavas, questo tipo di pesca è regolamentato da delle quote pescabili in rapporto alla disponibilità nei mari, la brutta notizia è che la “produttività” dell’ecosistema è esaurita perché la soglia massima prendibile è già stata pescata. È per questo, per evitare di decimare i piccoli pesci, che i ricercatori hanno cominciato a pensare nuovi mangimi per rifornire i pesci in proteine, utilizzando farina di soia brasiliana o girasole, in combinazione con altre sostanze per nutrire i salmoni d’allevamento norvegesi. Tutte soluzioni che non fanno altro che aggravare il bilancio delle emissioni di anidride carbonica a carico di queste attività. Come spiega Trygve Berg (dirigente alla Skretting, ditta norvegese di alimenti per pesci) è più economico e redditizio sostituire le farine di pesce con le proteine vegetali; l’Istituto nazionale norvegese di nutrizione e ricerca sui prodotti del mare crede che il 70% degli oli di pesce e l’80% delle proteine animali che compongono il mangime dei salmoni d’allevamento possono essere sostituite da ingredienti vegetali senza che le qualità nutrizionali del salmone (?) ne siano diminuite.
A questo punto potrebbe scatenarsi una lotta per la spartizione delle terre agricole, già tutte occupate dalle coltivazioni destinate al bestiame. Denis Covès considera che le micro-alghe potrebbero risolvere questo problema, garantendo materia prima per i mangimi e risultati ottimi in contenuti di Omega-3.
Queste fattorie di mare producono grandi quantità di rifiuti, sotto forma di residui di mangime, medicine rilasciate nell’acqua assieme agli escrementi dei pesci, creando ambiente favorevole alla proliferazione dei virus e dei parassiti, come le pulci di mare. Al fine di ridurre questi aspetti molti progressi sono stati fatti per migliorare la qualità dei mangimi, che ora vengono metabolizzati all’85-90% dai pesci, riducendo notevolmente la quantità di feci disperse nell’ambiente, mentre l’uso di antibiotici si è ridotto di molto con l’utilizzo preventivo dei vaccini ed il miglioramento delle condizioni di allevamento. I pesci che vivono in acqua di buona qualità, limpida, con disponibilità di ossigeno e i giusti livelli di ammoniaca e nitriti possono starci con una densità di 50-60 kg per metro cubo è stato già sperimentato, mentre fin’ora gli allevamenti tengono tra i 10 e i 25 kg/mc in media. Alla base una scelta oculata dell’installazione dell’allevamento è indispensabile: una buona ossigenazione e la pulizia naturale delle acque si hanno solo con le correnti marine.
Ora che questa galleria degli orrori è finita, ci si potrebbe chiedere: “Perché parlare nel dettaglio di tutte queste tecniche aberranti?”. Perché è  giusto sapere come funziona anche sott’acqua, dei pesci si parla sempre meno rispetto ai bovini degli allevamenti intensivi, ai cani scuoiati vivi per il pelo etc. I pesci sono vittime mute più ancora delle altre. Le persone che ancora ne consumano potrebbero essere portate ad avere una visione idilliaca delle vasche dove il pesce viene allevato: d’altronde se le mucche sgambettano felici nei prati in fior perché i pesci non dovrebbero guizzare allegri nelle vasche cristalline? Questo è ciò che vogliono farci credere le organizzazioni degli allevatori, ma dobbiamo essere informati per poter spiegare che non è vero, che non è così. Anche perché la maggior parte delle volte un onnivoro non sa veramente come arriva nel suo piatto il cibo che consuma e consapevolezza è libertà.
(Foto di The-World-Fish-Centre su Flickr)

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