La canzone della Terra (2/2)

Tamburo planetario
Noi siamo parte della natura e nel profondo inalienabilmente selvatici, ma da tempo ne abbiamo perso la consapevolezza. Ne siamo così avulsi che persino il significato stesso della parola \”selvatico\” è stato stravolto. Nel dizionario diventa: incolto, furioso, folle, incoerente, incontrollato. Non c\’è che dire uno stravolgimento completo. Nella natura selvaggia incolto è: l\’incontaminato granaio che nutre la vita (ad esempio, l\’energia che alimenta la macchina da scrivere su cui sto lavorando proviene dall\’ancestrale \”incolto\” della natura); furioso è: il guizzo della Donnola che carpisce la preda nell\’incessante rincorrersi della vita e della morte; folle: nel senso del selvatico è il lampo di genio a cui attingono poeti e artisti; incoerente: l\’apparente mancanza di coerenza della natura è tale solo all\’osservatore disattento o in mala fede, incapace di cogliere l\’intreccio che lega ogni minimo evento, cosa o essere; incontrollato: non è altro che lo spirito originale, non addomesticato di tutti gli esseri liberi. Il Cervo e il Fiume non vogliono la nostra compassione, la nostra protezione. Non vogliono persino essere ammirati o rispettati più di tanto. Ciò che vogliono è che ci sentiamo parte di un cammino comune. Un cammino comune tracciato dall\’apprezzamento e dall\’intreccio reciproco. \”Noi siamo nella Terra, non sopra di essa\”, amava ripetere Ralph Metzner. Ma la realtà, si dice, è quella che è. Di sicuro è pesante, sovrasta e ammalia: non se ne può fare a meno e a vari livelli siamo tutti coinvolti. Del resto viviamo in una società che vuole uomini senza sogni. Noi, però, siamo parte di un sogno più grande. Il sogno della terra. Un sogno che ci ha accompagnati per migliaia di anni e che non ha mai smesso di ispirarci. Esso ci parla in termini di relazioni, di condivisione, di mutua diversità reciproca. Esso ci parla attraverso i miti e gli archetipi, attraverso i poeti e i semplici, attraverso il soffio vitale di tutte le cose selvatiche. Bene, io sono parte di una linea di pensiero che affonda le proprie radici in ciò, in un\’idea ispirata direttamente dai sistemi naturali che sostengono la vita sul Pianeta. E\’ l\’idea Bioregionale che ponendoci nel giusto contesto ci suggerisce domande sempre più profonde: chi siamo, dove siamo, da dove viene l\’acqua che ci disseta, il cibo che ci nutre, dove vanno a finire i rifiuti, dove prendiamo l\’energia che riscalda le case e che modella gli arnesi? Nel farlo si imparano a conoscere le altre comunità, le esigenze e le relazioni con le \”genti\” a quattro zampe, le \”genti\” con le ali, le \”genti\” che nuotano, quelle che strisciano e quelle erette. Per arrivare infine a ragionare in termini di Bioregione, di Bacino Fluviale.

Ascoltare la natura
Il Bioregionalismo insegna in modo specifico e concreto partendo da noi stessi e dal posto in cui si vive, sia esso campagna o città, pianura o montagna o lungo la costa. Comprendere noi stessi all\’interno della più ampia trama della vita del posto. Conoscerne la storia e le storie, gli scambi, le sinergie e la fonte dei guasti. Onorare le persone e le culture istruite dal senso di comunità con la natura circostante. Ecco la premessa e la forza del Bioregionalismo. Viviamo in un mondo in cui domina il richiamo della mondialità globale delle politiche economiche di produzione che schiavizza i popoli e li sradica dai posti d\’origine. Il concetto di Bioregione propone l\’esatto contrario. Rimanere ancorati al proprio luogo, averne cura, difenderlo, rispettarne la diversità e ascoltare lo spirito dei luoghi: applicare i modi più appropriati di essere nel territorio: dove seminare, dove costruire, quali vestiti confezionare, quale tecnologia usare e come rendere grazia alla Montagna, al Fiume, al Bosco, alla Pianura fertile, al Mare. Non si tratta di creare isole più o meno felici, più o meno aperte: avulse, però, dal contesto sociale circostante. Il teatro della pratica Bioregionale è a tutti i livelli della società. Dalla piccola comunità di paese al consiglio di quartiere, nelle fabbriche, nei plessi scolastici e nelle aule della politica. Ma soprattutto l\’idea Bioregionale è pro-attiva: non solo solleva quesiti ma propone attivamente modi, vie e progetti concreti di interdipendenza sia sociale che ecologica. Il Bioregionalismo è oltre l\’Ambientalismo. Ma attenzione, anche l\’Ambientalismo ha svolto un ruolo importante . Ha denunciato guasti, ha proposto la preservazione degli ultimi lembi di natura selvaggia, ha denunciato e vigilato sulla salute della gente, ha evidenziato l\’invadenza e le conseguenze della società tecnologica. Cionondimeno ci stiamo allontanando sempre più, sia spiritualmente che fisicamente, dalla canzone della Madre Terra. L\’idea Bioregionale si offre come tramite per comprendere di nuovo le note della canzone e per cambiare sia i paradigmi della società che il profondo di noi stessi. Da dominatori della natura a suoi partner.

Giuseppe Moretti

Fonte: Aam Terra Nuova


Avvertenza per il lettore
Spesso le idee sono migliori di chi le propugna e questo caso non fa eccezione. Conosco personalmente l\’autore dell\’articolo: è un agricoltore-allevatore lombardo. Alcuni anni fa la sua azienda agricola fu sommersa da una piena del Po che provocò la morte per annegamento di alcune delle sue mucche. Ricordo che egli mi riferì il fatto con la massima indifferenza, come se stesse dicendo: \”mi si è rotto il trattore\”. Il caso non è isolato: fra i bioregionalisti non è raro trovare chi si dedica all\’allevamento e relativa attività di macellazione. L\’ascoltare la natura, il porsi in relazione con «le \”genti\” a quattro zampe, le \”genti\” con le ali, le \”genti\” che nuotano»
non per tutti i bioregionalisti si estende all\’ascolto delle urla di dolore e agonia delle \”genti\” cui l\’uomo, bioregionalista o meno che sia, «nell\’incessante rincorrersi della vita e della morte» impone sempre il ruolo di colui cui appartiene la morte.

Filippo Schillaci


(Inserito da FS)

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