Mengele è tra noi: quando l’uomo tortura gli animali in nome del profitto

Miliardi di animali vivono rinchiusi negli allevamenti intensivi di tutto il mondo tra privazione della libertà, maltrattamenti e abusi, per finire la loro breve vita al macello. Esistono però altre pratiche meno note ma altrettanto atroci che coinvolgono gli animali, messe in atto dall’uomo esclusivamente per i propri interessi economici

Attenzione: le immagini e i video che seguono hanno un contenuto grafico violento. Se ne sconsiglia la visione a un pubblico particolarmente sensibile.

Si chiama “eyestalk ablation” (letteralmente “ablazione dei peduncoli oculari”) ed è quanto di più aberrante e contro natura la mente umana possa concepire: parliamo di una pratica cruenta molto diffusa fin dagli anni ’70 negli allevamenti di crostacei, che consiste nell’eliminazione degli occhi nelle femmine di gamberetti o gamberi, per favorirne la riproduzione. Lo scopo è infatti quello di stimolarne le ovaie e portarle alla maturazione più velocemente, così che anche la riproduzione avvenga in tempi più brevi dal momento che la condizione di cattività e il conseguente stress che ne deriva inibiscono la maturazione ovarica.

Questa pratica, secondo quanto ci ha spiegato la dottoressa Manuela Raja – medico veterinario accreditato VEGANOK e membro del Comitato Scientifico di Associazione Vegani Italiani Onlus – “viene attuata per intervenire sull’attivazione del sistema endocrino riproduttivo che determina un abbassamento dell’ormone inibitore degli ovari (IOH) e un bilancio a favore dell’ormone stimolatore degli ovari (SOH); ciò induce la maturazione sessuale delle femmine e la conseguente riproduzione”. In più, l’ablazione oculare aumenterebbe anche la quantità di uova prodotte da una singola femmina, con notevoli vantaggi dal punto di vista economico.

“Esistono diversi metodi per attuare l’ablazione del peduncolo oculare – continua la dottoressa Raja – che può avvenire secondo le seguenti modalità:

  • per schiacciamento: si incide il bulbo dell’occhio con una lama affilata e quindi, premendo alla base del peduncolo oculare con pollice e indice, si lascia fuoriuscire il materiale organico;
  • tramite legatura: con una sottile cordicella si lega strettamente la base del peduncolo oculare, che si stacca nel giro di qualche giorno;
  • per cauterizzazione: può essere fatta elettricamente oppure con un bastoncello di nitrato di argento poggiando sul peduncolo oculare;
  • tagliando il peduncolo con forbici a circa 3 mm dalla base;
  • tramite distacco con le unghie: il peduncolo viene afferrato tra l’unghia del pollice e l’indice e inciso fortemente fino a causarne il distacco. Viene consigliato di effettuare tale operazione mantenendo gli animali in acqua a temperatura mediamente più bassa di quella ambientale per ridurre lo stress ed evitare un aumento delle mortalità”.

 

Un’illustrazione che mostra una delle possibili tecniche per effettuare l’ablazione oculare nelle femmine di crostaceo

L’asportazione può riguardare uno solo o entrambi gli occhi, e avviene in maniera del tutto fuori dal tempo: è quasi inutile sottolineare che, per abbassare i costi, l’operazione il più delle volte viene praticata senza alcun tipo di anestetico, lasciando ferite che dovranno guarire da sole. Anche se in molti crostacei gli occhi ricrescono nel giro di poche settimane, è indubbio che si tratti di una pratica violenta e priva di qualsiasi buon senso.

Pesca dei polpi: una tradizione violenta

Sono animali intelligentissimi, tra i più antichi abitanti del nostro pianeta, e sono vittime indifese della crudeltà e dell’egoismo umano: parliamo dei polpi, la cui pesca risulta ancora oggi una delle attività commerciali che coinvolgono gli animali più cruente e impressionanti, anche in Italia. Appena pescati e ancora vivi, infatti, i polpi vengono tramortiti con dei coltelli conficcati direttamente nel cervello o addirittura attraverso violenti morsi da parte dei pescatori. Agonizzanti ma ancora vivi, questi animali vengono ripetutamente sbattuti a terra o sul bordo dell’imbarcazione con forza, per rendere la loro carne più tenera.

Il video qui in alto è il frutto di un’investigazione sotto copertura effettuata nel nostro paese dall’associazione animalista italiana Essere Animali, e testimonia come queste crudeltà siano all’ordine del giorno, pratiche consolidate considerate assolutamente normali da chi svolge questo lavoro. “I polpi sono forse gli invertebrati più intelligenti del pianeta: senzienti, emotivi nonché socialmente complessi e dotati di comportamenti estremamente raffinati e affascinanti – dichiara Raja – devono subire una morte a dir poco atroce. Forse, tra tutti gli invertebrati, i polpi hanno anche la più alta complessità percettiva, sono in grado di provare sofferenza e sono coscienti di sé e del mondo che li circonda“. A quanto pare, però, tutto ciò non basta a fermare questo sfruttamento senza sosta, non regolato da leggi che tutelino il benessere animale, e che oltre a rappresentare una vera e propria tortura legalizzata rischia di impoverire i mari fino al punto di non ritorno.

Macellazione “umana”: l’Iki-Jime giapponese è una tradizione

Perforare prima il cervello e poi il midollo spinale dei pesci ancora vivi con un ago lungo e appuntito per ottenere una carne più buona: questa tecnica di macellazione molto antica è nata in Giappone ed è ancora oggi praticata su larga scala nei mari orientali. Una pratica che provoca la morte cerebrale dei pesci e al contempo una paralisi completa ma senza ucciderli, così da ottenere una carne dal colore migliore e dal sapore più buono, molto apprezzata specialmente per il sushi.

In più, pare che nel paese del Sol Levante questa tecnica di macellazione sia molto in voga anche per i suoi presunti risvolti etici, dal momento che chi la pratica sostiene di provocare nei pesci il minor dolore possibile. Il sito ufficiale, infatti, la presenta come una “tecnica di macellazione umana” ed esiste perfino un’applicazione scaricabile sul cellulare che insegna a praticare questo tipo di macellazione su diverse tipologie di pesci. Non mancano, inoltre, i siti che vendono la strumentazione necessaria per questa pratica, ma al di là della (importantissima) questione sulla sofferenza dei pesci, la domanda è un’altra: quanto ancora impiegherà l’uomo a capire che tutto questo non è assolutamente necessario?

I pesci soffrono?

Non essendo dei mammiferi, capita che molte persone considerino i pesci degli animali “inferiori” incapaci di provare dolore, complice anche la difficoltà a empatizzare con animali senza voce che vivono in un ambiente completamente diverso dal nostro, lontano in un certo senso perfino dalla nostra moralità. Ovviamente, si tratta di una convinzione sbagliata del tutto priva di qualsiasi logica e fondamento: “Le evidenze scientifiche affermano che i pesci sono in grado di percepire gli stimoli negativi e di rispondere di conseguenza – spiega la dottoressa Raja – imparando ad attuare modifiche del loro comportamento per evitarli. Questi animali sono capaci di memorizzare eventi e luoghi, di associare la presenza di cibo a un luogo particolare ma anche di riconoscere il rifugio migliore per proteggersi da un predatore. In più, pensiamoci un attimo: quale specie, se non fosse in grado di provare dolore, potrebbe evolversi in un ambiente ostile?”.


“Indipendentemente dalle ultime ricerche – continua – il loro comportamento è sufficiente a dimostrare la sofferenza che provano: si divincolano, lottano nel tentativo di scappare e dimostrano, come tutti gli esseri viventi, di avere volontà di sopravvivere. Inoltre i pesci hanno un sistema molto sviluppato in grado di rilasciare delle sostanze naturali simili agli oppiacei (encefaline ed endorfine) quando sono feriti, il che è una prova ulteriore della loro capacità di provare dolore”. Tutto questo, naturalmente, senza contare le torture e le privazioni a cui sono sottoposti ogni giorno e ogni ora miliardi di animali di terra rinchiusi negli allevamenti intensivi di tutto il mondo, una delle invenzioni peggiori che la storia dell’uomo abbia mai conosciuto.

Queste pratiche rendono impossibile non fare un collegamento con le aberrazioni praticate nei campi di concentramento tedeschi dal medico nazista Josef Mengele, tristemente noto per aver torturato e ucciso migliaia di bambini ebrei – gemelli soprattutto – per quelli che lui stesso definiva scopi scientifici, ma che non si sono rivelati altro che torture gratuite e senza senso. Insomma, che le vittime siano bambini o animali, resta il fatto che l’uomo alle soglie del 2020 ha forse raggiunto il punto più basso della propria presunta “umanità”.

  1. È terribile ciò di cui l’uomo è capace 🤦🏻‍♀️

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  2. Cosa c’è di “umano” in tutto questo? Nessun animale in natura tortura, uccide o sfrutta altri animali per piacere o per profitto: chi è la vera “bestia”?

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  3. Avatar
    Giovanni Lombardo 21 September 2019, 10:01 am

    Per non parlare della inutile sperimentazione animale per testare farmaci e cosmetici , un’ altra crudelta’ inutile e pericolosa sia per gli animali che per l’uomo in quanto oltre che non etica non ha alcuna valenza scientifica .

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