Vivere senza crudeltà (2° parte)

Speciale prodotti vegan: vivere senza crudeltà

Una calda coscienza
La lana, che nell’immaginario collettivo richiama la tenerezza, è invece un prodotto che comporta per la sua produzione azioni crudeli. Molti pensano che per ottenerla non sia necessario uccidere gli animali. Certo, in parte è vero: gli animali sono uccisi
dopo qualche anno di sfruttamento perché non rendono più abbastanza oppure muoiono per le condizioni di allevamento.
La maggior parte della lana reperibile in commercio si ricava dalle pecore; queste vengono selezionate affinché posseggano velli sempre più folti e ciò può portare, d’estate, a colpi di calore anche mortali, mentre dopo la tosatura, in caso di abbassamento della temperatura, gli animali possono morire per l’esposizione
al freddo.
La lana proviene quasi tutta da allevamenti che contano milioni di individui, presenti soprattutto in Sud America o in Australia. La tosatura è quasi totalmente automatizzata, e l’impiego di macchinari appositamente progettati prevede l’utilizzo di misure standard. Questo comporta il rischio che nel caso di pecore fuori misura, le lame taglino anche la loro carne, e ciò purtroppo accade spesso. Ma le sofferenze non finiscono qui. La lana «merino» deriva da pecore selezionate in modo da avere una pelle grinzosa, grazie alla quale il quantitativo di lana prodotta prodotta è maggiore rispetto a quello di una pecora normale.
Questo sovraccarico innaturale di lana fa sì che gli animali soffrano moltissimo il caldo; inoltre, nelle pieghe della pelle si accumulano facilmente urine e feci, che attirano mosche e altri parassiti che vi depongonole loro uova. Per ovviare a tale
problema, gli allevatori praticano il cosiddetto «mulesing»: un’operazione che comporta lo scuoiamento dell’area perianale e il taglio della coda dell’animale, lasciando esposta la carne viva e sanguinante. Il tutto viene fatto mediante l’utilizzo di coltelli e senza anestesia con grande sofferenza delle pecore, tanto che alcune di esse muoiono a causa dello shock che subiscono.
In generale, dopo circa quattro anni di vita la lana cresce molto più lentamente e quindi l’animale, non essendo più considerato «produttivo», viene destinato al macello. Le pecore, dopo lo sfruttamento, possono venire sottoposte a lunghi ed estenuanti viaggi in navi e su camion affollati, dirette spesso nei paesi mediorientali (che fanno grande consumo della loro carne) per essere macellate. Molte di esse però giungono a destinazione già morte a causa delle terribili condizioni del viaggio. Intanto il loro vello raccolto sarà lavorato per realizzare i filati destinati al mercato della moda.
In alternativa alla lana si possono usare filati di origine vegetale come il caldo cotone o sintetici come il pile.
Quest’ultimo, additato come prodotto inquinante, può invece essere realizzato con il riutilizzo di bottiglie di poliestere.
Questo confronto è solo un esempio per invitare a non fermarsi alle apparenze o ai luoghi comuni, ma ad andare a fondo alle questioni.
La morbidezza dell’etica
Il frusciare della seta fa pensare alla leggerezza e alla purezza, ma anche la produzione di questo filato cela una pratica crudele. La seta deriva da un insetto, il Bombix mori, la cui larva è conosciuta comunemente come baco da seta. Il Bombix produce un bozzolo mediante lunghissimi filamenti proteici e al suo interno si trasforma in crisalide e poi in farfalla. La seta viene ricavata dai filamenti che compongono tale bozzolo. Occorrono migliaia di bozzoli (e quindi di animali) per produrre cento grammi di seta. Negli allevamenti, per impedire che il baco possa uscire dal bozzolo mangiandone la parete e quindi rompendo i fili di seta che lo compongono, le larve vengono uccise prima che si formi la farfalla, mettendo i bozzoli in contenitori ricolmi di acqua bollente, oppure in appositi forni.
Chi non vuole rinunciare ai tessuti «effetto seta» può orientarsi verso la viscosa o il cupro (tanto per citare due filati già presenti sul mercato dalla fine dell’800). Entrambi, pur essendo materiali industriali, partono da materie prime vegetali. La
viscosa è una fibra sintetica derivata dalla cellulosa rigenerata, mediante un processo chimico (può provenire dal legno degli alberi, ma anche dalla paglia o dal cotone).
Il cupro è ottenuto mediante un procedimento cuprammoniacale: la cellulosa, particolarmente pura, viene disciolta in una soluzione di rame e ammoniaca e poi estrusa nel filatoio in forma di filo o anche difiocco.
L’ideale sarebbe ricorrere alle fibre vegetali, ai tessuti di cotone biologico, alla canapa, al lino, insomma ai tessuti che non comportano trattamenti chimici, perché bisogna sempre ricordare che tutto ciò che inquina la terra distrugge non solo il nostro habitat ma anche quello degli altri animali.
Calore senza torture
Tutto quello che è ritenuto «prezioso» dal mercato della moda come pelle, pelliccia, angora, seta, proviene dalla morte degli animali, così anche le piume. Leggiamo «vero piumino d’oca» e pensiamo di comprare un prodottosuperiore ad altri. Di sicuro è superiore in quanto a sofferenza causata. E non è vero che le oche non sono uccise: esse vengono di regola spiumate dopo appena 2 mesi di vita, quando sono quindi ancora dei pulcini e le loro piume sono molto morbide. Vengono prese per il collo, vengono loro legate le zampe per evitare che si divincolino o immobilizzate tra le ginocchia dell’addetto, poi avviene la spiumatura mediante uno strappo netto delle piume. Per una maggiore produzione si ricorre ad allevamenti intensivi in grandi capannoni al chiuso (causa di enorme stress per gli animali) nei quali ciascun addetto spiuma fino a 100 oche al giorno: una ogni 3-4 minuti. L’operazione è estremamente traumatica e dolorosa per gli animali, alcuni di essi infatti possono morire a causa del trauma subito, o per freddo patito nel periodo successivo.
 
L’operazione verrà ripetuta per altre tre volte a intervalli di due mesi. A circa otto mesi di vita le oche vengono uccise per venderne la carne.
Non tutte però sono soppresse subito, alcune andranno incontro a un’ulteriore tortura: l’ingozzamento forzato per la produzione di fegato grasso d’oca, da cui si ottiene il famoso pâté de foie gras. Per settimane le oche saranno iperalimentate forzatamente, con un imbuto infilato nel becco fin giù nello stomaco, affinché il loro fegato si ammali e diventi enorme, fino a dieci volte la dimensione normale. Poi verranno macellate.
Per evitare questo massacro basta orientarsi verso l’acquisto di prodotti imbottiti in fibre vegetali, come il cotone o il Kapok (Ceiba pentandra), ricavato dai frutti dell’albero omonimo (è la fibra naturale più leggera del mondo e naturalmente biologica) oppure, tra le fibre sintetiche, molto usato è il Fibrefill: una trama di fibre ottenute dalla lavorazione del poliestere che conferisce morbidezza e capacità isolante.
Niente violenza anche dentro casa
Fin qui abbiamo analizzato tutti prodotti da indossare, ma naturalmente anche gli arredi e gli oggetti di una casa vegan seguono gli stressi criteri adottati in precedenza. Le dimore vegan non contemplano divani e poltrone in pelle, tappeti e coperte di lana e nemmeno candele di cera d’api.
I tappeti potranno essere realizzati con fibra di cocco, le coperte per l’inverno saranno trapunte imbottite di cotone, le candele di paraffina (sintetica) oppure di soia come quelle che si trovano in negozi di arredi naturali. Ogni componente sarà scelto con attenzione per evitare per quanto possibile la sofferenza deglianimali.
E questo vale anche per i prodotti per la pulizia della casa, per l’igiene intima e per i cosmetici.
Puliti dentro e fuori
Shampoo, bagnoschiuma, dentifricio, sapone… Cosa hanno di diverso quelli vegan da quelli convenzionali?
Apparentemente non molto: sono però caratterizzati dal minor impatto possibile sugli animali, pertanto è chiaro che non debbano contenere ingredienti provenienti dal loro sfruttamento, non debbano essere stati testati su animali (con test crudeli e spesso mortali), o provenire da marchi che notoriamente sfruttino gli animali.
Vi sono infatti numerosi prodotti adatti ai vegani creati da aziende, spesso multinazionali, note per l’uso di animali nei più svariati test di laboratorio; in tal caso sarebbe assurdo utilizzare questi prodotti contribuendo a finanziare, seppur indirettamente, queste pratiche.
Le stesse considerazioni valgono ovviamente anche per i prodotti per la pulizia della casa; vediamo allora come fare per orientarsi fra le tante proposte presenti sugli scaffali dei negozi.
Se è vero che da qualche anno i prodotti finiti (solo per la cosmetica) non hanno più l’obbligo di venire testati sugli animali, è anche vero che quasi tutti i prodotti contengono ingredienti che sono stati testati in passato, in adempienza a una legge europea che dal 1976 impone la sperimentazione sugli animali di tutte le nuove sostanze chimiche.
Per poter definire un prodotto come adatto a un pubblico vegano, sono stati quindi adottati dei criteri di valutazione. In estrema sintesi si potrebbe dire che un’azienda, per definirsi realmente cruelty-free, dovrebbe soddisfare i seguenti requisiti:
• non testare su animali il prodotto finito, né commissionare questi test a terzi;
• non testare i singoli ingredienti, né commissionare i test a terzi;
• dichiarare che i test svolti dai suoi fornitori sulle materie prime sono avvenuti prima di un certo anno a sua scelta (per esempio, 1995).
Il che significa non usare più alcun ingrediente posto in commercio dopo tale data, ma solo ingredienti già presenti in commercio prima dell’anno di riferimento.
Così facendo non si incrementa la sperimentazione su animali. A parte la parziale utilità dell’ultimo punto, è doveroso evidenziare che spesso le aziende produttrici ricorrono al metodo dell’autocertificazione, che non sempre costituisce un’effettiva garanzia per chi acquista. Per tale motivo è sempre preferibile scegliere prodotti di aziende che si sono sottoposte a controlli sulla produzione e che hanno aderito a standard specifici ottenendo la certificazione.
Attualmente un aiuto per scegliere prodotti non testati su animali ci viene dato dalle liste Lav-Icea e Vivo – Comitato per un consumo consapevole. Ma per avere la certezza di acquistare un prodotto vegan (quindi anche senza derivati animali), è bene fare riferimento a certificazioni specifiche che ci consentano di trovare sulla confezioneun marchio «Vegan» Purtroppo però sono ancora pochi i prodotti certificati vegan e quindi per essere sicuri al momento dell’acquisto è bene dare uno sguardo agli ingredienti.
Va da sé che se il prodotto finito ha solo componenti naturali (vegetali e minerali), è quasi sicuramente non testato su animali, e normalmente ricade nella categoria dei prodotti da erboristeria. Essi, per i motivi di cui sopra, sono chiaramente preferibili a quelli che si possono trovare sugli scaffali di un supermercato.
Sempre per restare nell’ambito di prodotti soggetti a test non si può non fare riferimento ai farmaci, che notoriamente sono il risultato di indicibili sofferenze degli animali.
La natura ci guarirà
Programmi televisivi, radiofonici e carta stampata sono carichi di pubblicità che reclamizzano farmaci per ogni genere di problema. Sarebbe bene restare impermeabili a tali condizionamenti psichici, cercando di prevenire le malattie anziché curarle.Ad ogni modo, qualora ve ne fosse bisogno, ci sono molti prodotti derivanti dalla fitoterapia presenti in erboristeria (ma anche in farmacia) in grado di porre rimedio ai più diffusi disturbi.
Se la fitoterapia o i rimedi naturali non bastano e si deve ricorrere alla medicina convenzionale (i medicinali comuni presenti nelle farmacie formati soprattutto da molecole di sintesi), bisogna tener presente che tutti sono stati testati su animali prima di poter essere immessi in commercio, pertanto è sempre meglio cercare di limitarne al minimo l’uso, e preferire sempre medicinali presenti in commercio da molto tempo.
In tal modo non si contribuisce alla sperimentazione di nuove molecole su animali (per saperne di più su questo argomento visita www.novivisezione.org).
Le scelte vegan non riguardano solo i prodotti. Ogni azione può infatti comportare, direttamente o indirettamente, lo sfruttamento degli animali e la loro morte. L’attenzione pertanto si estenderà a una serie di opzioni di coerenza molto più ampia, come il rifiuto di partecipare a feste con animali e di visitare zoo, o di comprare animali impropriamente definiti «d’affezione» adottandoli invece da un rifugio.
Un’esistenza consapevole e un atteggiamento critico supportato da una buona informazione possono davvero cambiare il destino di migliaia di animali, a cui verrà salvata la vita. Tutto ciò non è utopico ma realizzabile concretamente nel quotidiano attraverso una sana e coerente pratica che contribuisce e contribuirà a creare un nuovo concetto di vita più solidale e giusta con tutti gli animali (umani e non) e con il pianeta Terra, che è la nostra casa comune. !
A. Fragano e D. Grieco
Fine seconda parte…
la prima parte:
http://www.promiseland.it/?p=10233&preview=true
Questo articolo è pubblicato per gentile concessione di:
Aam Terra Nuova  –  http://www.terranuovaedizioni.it
link: http://www.aamterranuova.it/article5100.htm
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News Inserita da Daria Mazzali
Redazione Promiseland.it

  1. Avatar

    articolo pieno di spunti molto utili e interessanti, grazie.

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